Wim Wenders in Polaroid

Ultime ore per visitare la mostra fotografica a Berlino, un viaggio di educazione sentimentale nel periodo dei primi film del regista

Duecentoquaranta Polaroid che hanno accompagnato Wim Wenders, come un diario sentimentale, durante la nascita dei suoi primi film. Dagli anni ’60 agli ’80, una scelta tra le oltre 15mila scattate: dall’autoritratto allo specchio al Chelsea Hotel alle foto di scena con Bruno Ganz e Dennis Hopper, a scatti di nuvole, scorci americani. Ogni immagine accompagnata dal racconto (audio, e in parte scritto) su quel momento, quell’incontro, quella sceneggiatura, quel film.

Varrebbe bene un last minute la mostra di polaroid di Wim Wenders, “Sofort Bilder”, che chiude sabato 22 settembre alle 23, a C|o Berlin, sede espositiva per la fotografia contemporanea, vicino alla stazione Zoo.

La mostra, aperta il 7 luglio scorso, è stata creata da C|o Berlin con la Wim Wenders Foundation e The Photographers ‘Gallery di Londra ed è stata curata da Felix Hoffmann e Anna Duque y González.  

Dopo Londra nel 2017, Berlino è stata l’unica sede in Germania, e chissà se l’Italia non fosse nell’agenda del regista, autore e fotografo.

Non solo foto documentali, o materiale di lavoro, “le Polaroid sono state per Wenders soprattutto un tema nei suoi film”, ha sottolineato il curatore Hoffmann durante la presentazione.

Nell’allestimento giganteggiano gli spezzoni de “L’Amico Americano”, in cui Hopper si scatta ritratti a ripetizione davanti al biliardo e di “Alice nelle città” dove Völker Schlöndorff seduto per terra guarda una serie di immagini che ha scattato. Ha al collo la macchina fotografica istantanea SX-70, che Wenders aveva ottenuto quasi in prototipo per sperimentarla durante il film.

“Questi pezzi unici, grezzi, innocenti raccontano come ho trovato la terra narrativa, testimoniano un processo di apprendimento – racconta Wenders – Le Polaroid erano un ‘social media’, io scattavo una foto a qualcuno, guardavamo insieme mentre si sviluppava, commentavamo”.

Oggi lo stesso Wenders si è convertito all’Iphone per l’uso quotidiano, “continuo a fotografare cieli e nuvole”.

Ma avverte: al cambiamento tecnologico corrisponde anche un mutamento culturale e del modo di vivere: prima si scattava cercando con gli occhi il mondo attraverso il  “viewfinder” (“che bella parola”) ora si scatta guardando direttamente il mondo sul display. E non è sempre come noi lo vediamo, suggerisce, ma come lo guarda il telefono. Ce n’è per meditare.

Nella stessa sede, stesse date, una antologica sulle Polaroid scattate da autori famosi, “Das Polariod Project”, e la mostra Award del C|o di Stephanie Moshammer.

https://www.co-berlin.org/en/article/exhibitions

Foto UMS

 

Autore dell'articolo: Luisa Gabbi