Ragazzi di Vita di Massimo Popolizio torna in scena

Lo spettacolo tratto dall'opera di Pasolini torna a far muovere sul palco dell’Argentina lo struggente sciame dei ragazzi di borgata nati dalla penna di Pasolini.

Con tre premi alla regia per Massimo Popolizio (Ubu, Critica e Le Maschere) e alle spalle una lunga tournée italiana salutata da un successo straordinario e dal tutto esaurito delle platee, torna per la quarta volta in stagione, dal 15 al 27 ottobre al Teatro Argentina, Ragazzi di vita, vero e proprio kolossal di vitalità anarchiche che fa muovere su un palcoscenico nudo lo sciame struggente dei “borgatari” di Pier Paolo Pasolini.

Nato nel 2016, a quarant’anni dalla morte del grande intellettuale e genio poetico, lo spettacolo è stato il primo adattamento del romanzo per il palcoscenico con la drammaturgia di Emanuele Trevi, che restituisce con aderenza il lirismo e la ferocia della lingua pasoliniana, un dialetto romanesco inventato. Divenuto fin dal suo debutto un caso teatrale, potente e comunicativo, preso d’assalto da un pubblico entusiasta ampio ed eterogeno, Ragazzi di vita continua a portarci dentro le pagine di un’umanità vivida e dolente attraverso la speciale energia scenica dei diciannove interpreti dei giovani sottoproletari, nella loro furiosa, impulsiva, struggente lotta con la quotidianità.

A restituire la vitalità travolgente di quel piccolo popolo di ragazzi, protagonisti del primo romanzo che Pasolini scrisse nel 1955, è la regia sapiente di Popolizio che miscela ironia e durezza, spregiudicatezza e pudore, in un affresco polifonico sul quale il “narratore” Lino Guanciale si aggira come uno “straniero” in visita, mediatore fra platea e palcoscenico, filo conduttore di tutte le storie. «I “ragazzi” di cui parla Pasolini sono persone che lottano con la quotidianità. Una vitalità infelice, la loro, e la cosa più commovente in quest’opera è proprio la mancanza di felicità – così Popolizio racconta il suo Pasolini – I “ragazzi di vita”, più in generale, sono un popolo selvaggio, una squadra, un gruppo, un branco di povere anime perdute ritratte nei dettagli del testo, “cammini con le scarpe scarcagnate a viso in giù… se ne sta appeso così, con gli occhi scintillanti come du’ cozze”. Ma dal ritratto bisogna togliere la sociologia, il riferimento nostalgico a un popolo inurbato che Pasolini osservava già sul crinale della sua scomparsa. C’è la figurazione di qualcuno che non c’è più nella realtà, ma che esiste attraverso il teatro, nel corpo dell’attore, che è l’unica attualizzazione possibile. Non si tratta di ricreare l’emozione del bianco e nero di Accattone, quell’emozione è semplicemente inimitabile, bisogna crearne un’altra. Così come bisogna guardarsi da quell’altro errore che è la cosiddetta “riattualizzazione”». Racconti di vite con cui Popolizio ci restituisce la generosità e la violenza, il comico, il tragico, il grottesco di uno sciame umano che dai palazzoni delle periferie si sposta verso il centro: «Ho cercato di dar vita ad uno spettacolo corale in cui gli attori vengono proiettati in situazioni che si passano da testimone a testimone, e in cui i vari pezzi sono assemblati da un furore collettivo che fa da collante allo svolgersi della storia». Un ritratto in presa diretta del romanzo che travolge come un’onda gli spettatori, sfiorandoli con la loro dolcezza furiosa, la loro impulsiva esplorazione del mondo.

L’indiscusso mattatore della scena, Massimo Popolizio ritorna in scena al Teatro Argentina (dal 17 al 26 gennaio) con un’altra produzione premiata dal tutto esaurito delle platee, Un nemico del popolo di Henrik Ibsen, applaudito da oltre 17.000 spettatori nella passata stagione. Inoltre, con Popolizio legge Belli, il regista regala al pubblico dell’Argentina una serata-evento (il 30 dicembre), tra i versi affilati, cinici, rivoluzionari del cantore della Città Eterna più acclamato di tutti i tempi, Gioachino Belli. Per la nuova produzione, invece, Popolizio sceglie di affrontare Furore di John Steinbeck, in prima nazionale al Teatro India (dal 19 novembre al 1° dicembre). Un capolavoro della narrativa americana scritto nel 1939 e da subito divenuto un best-seller, che il regista propone al pubblico in una sorta di “conferenza – spettacolo”, sempre su drammaturgia di Emanuele Trevi, una prima tappa di lavoro che condurrà ad una futura produzione.

Autore dell'articolo: Monica Straniero