Al Bif&st parla il regista del film “Sulla Mia Pelle”

La cronaca degli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi. Un caso che ha gettato un'ombra sinistra sulla giustizia italiana spesso amministrata come fosse una catena di montaggio

Tra i film del Bif&st – Bari International Film Festival, c’è anche il pluripremiato ‘Sulla mia pelle’ di Alessio Cremonini ed interpretato da Alessandro Borghi che, proprio al festival di Bari, ha vinto il premio Gabriele Ferzetti per il Miglior Attore Protagonista per l’abilità e la modestia con cui ha messo il suo notevole talento di attore al servizio di questa storia di cronaca.

Sulla mia pelle, infatti, è un film che, partendo da un caso di cronaca dall’enorme visibilità mediatica, riesce a costruire un racconto che riflette in maniera profonda su un sistema, un apparato, uno stato di cose.

Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre 2009 all’età di trentun anni mentre si trovava in custodia cautelare nell’ospedale di contenzione Sandro Pertini di Roma, una settimana dopo essere stato arrestato per possesso di stupefacenti da due volanti dei Carabinieri. A causare il decesso fu una serie di ecchimosi, fratture e lesioni sparse su tutto il corpo ma principalmente su torace, schiena e viso del ragazzo. Come è noto della morte di Stefano – che prima del fermo si trovava in buona salute – sono stati inizialmente accusati tre dei cinque Carabinieri che operarono l’arresto, poi le guardie carcerarie che lo presero in custodia e infine i medici che si occuparono di lui dopo il ricovero, poi tutti assolti. Dopo diverse vicende giudiziarie e due processi attualmente si trovano sotto inchiesta tre militari dell’Arma per omicidio preterintenzionale e altri due per falsa testimonianza (con riferimento alle dichiarazioni rilasciate durante il primo processo).

Il film di Cremonini si concentra sui giorni che vanno dall’arresto di Stefano sino al decesso e attenendosi scrupolosamente ai fatti – desunti dalle testimonianze dei processi e dai racconti di molti testimoni diretti – lascia trasparire una verità che coincide con quella che la famiglia Cucchi, da quasi dieci anni, cerca di portare alla luce. Quella, cioè, di pensare che la morte di Stefano sia stata causata dal pestaggio da parte dei Carabinieri che lo presero in custodia. Ma il film non vuole raccontare solo questo perché non si tratta di un film di denuncia, né di un reportage e nemmeno di un documentario di inchiesta ma è un modo per dare voce –così come afferma lo stesso regista- alla famiglia che continua a ricercare la verità, una verità che pian piano sembra emergere. E soprattutto è un film che fa riflettere sul fatto che, oggi, non si possa morire così, non si possa incontrare la morte mentre si è affidati alle ‘mani’ dello Stato.

Tre domande ad Alessio Cremonini:

La scelta di una storia così forte fa riflettere sul fatto che oggi le battaglie sociali, le denunce, le rivendicazioni dei diritti sembrano essere affidate agli artisti, alla musica, al cinema. Vivi tutto questo come una responsabilità?

In realtà non è sempre così. Per quanto riguarda Stefano Cucchi, ad esempio, la denuncia è stata affidata alla famiglia che è certamente un elemento molto più debole rispetto allo Stato ma che ha comunque combattuto per anni. La cosa grave di tutto ciò è che per molti anni la famiglia è rimasta sola nel ricercare una verità e a denunciare degli ostacoli, delle lentezze per arrivare a quella verità. Poi, pian piano, i giornali, la tv e il cinema -che è un elemento più lento perché ha delle tempistiche per la realizzazione- ci sono arrivati. Anche noi, insieme a questo coro intonato fatto di radio, televisioni e giornali, siamo riusciti a fare la nostra minima parte ma sempre per aiutare una battaglia straordinaria -che non ricordo sia mai accaduta in questo paese- di Ilaria Cucchi, dei genitori di Stefano e di Fabio Anselmo, l’avvocato della famiglia. Non ne ricordo di cose uguali in Italia, quindi chapeau a tutti loro.

Per quanto riguarda la scelta degli attori, trattandosi di un fatto di cronaca, è stato complicato? Come hai scelto?

Beh, la scelta degli attori è sempre complicata in qualsiasi genere di film. In questo caso certamente di più perché si deve cercare, in qualche modo, di alludere almeno a certe fattezze e certe caratteristiche dei personaggi reali. Noi abbiamo cercato di evitare la mimesi facciale, volevamo evitare una sorta di caricatura perché ci interessava raccontare in purezza la storia di Stefano Cucchi e quindi che l’attore non assomigliasse a Stefano ma potesse incarnarlo. Abbiamo, quindi, scelto un attore straordinario come Alessandro Borghi che, per esempio, è alto un metro e ottantasei mentre Stefano era alto un metro e sessantadue, eppure questo non ha creato un distacco con il pubblico, anzi, tutt’altro. A volte, infatti, non è l’essere simili che occorre ma provare le stesse passioni del personaggio e in questo Alessandro è stato bravissimo.

Come sei e siete riusciti a raccontare una storia così drammatica mantenendo, comunque, una purezza nel racconto? Siete riusciti ad essere super partes?

Siamo tutti riusciti perché in ogni film anche gli attori diventano co-autori così come gli sceneggiatori, i produttori e così via. Quindi era l’intenzione di tutti realizzare un film che, più che super partes, perché in realtà non lo siamo, non fosse di semplice supporto ma che ricercasse la verità. Visto che la verità è molto, molto vicina alle parole di Ilaria Cucchi, anzi forse identica alle sue parole, allora, probabilmente, siamo stati anche un po’utili ad esplicitare quella verità. In realtà, basta leggere i verbali per capire che fosse tutto molto evidente e tra l’altro, sinceramente, non credo che ci fossero molti italiani che abbiano pensato che Cucchi fosse caduto dalle scale. Vedendo quelle foto era evidente cosa gli fosse accaduto, ad alcuni, magari, era meno evidente perché forse distratti o perché inglobati nei pregiudizi legati alla vita di Stefano.

 

 

 

 

Autore dell'articolo: Luana Martino