Nel 2026 Jovanotti rimette in circolo un’idea di viaggio che non coincide con nessuna delle sue forme precedenti. Non è un tour, non è un format, non è un ritorno alle origini: è una struttura mobile che attraversa territori, città, festival, ciclovie e porti, fino ad approdare al Circo Massimo. L’Arca di Loré prende forma da un impulso fisico, non da un progetto. «Seguivo quello che il mio corpo mi comunica», dice, come se la prima decisione non fosse artistica ma percettiva.
L’incidente, le operazioni e la fisioterapia restano sullo sfondo. Jovanotti dice che l’incontro con la nuova band l’ha rimesso in carreggiata e gli ha fatto capire di voler ripartire. Non cerca celebrazione: cerca movimento.
Parla di fuga, un impulso che riconosce da quando da bambino usciva di casa per evitare i litigi dei genitori. Oggi lo vive davanti al caos del presente: «Non posso fare niente. Allora cerco ciò che mi fa sentire vivo». Da qui la decisione di andare a New York, città che definisce pura energia. Parte per registrare un brano in versione salsa, ma dopo pochi giorni capisce che diventerà un disco. Nasce Niuiorcherubini, inciso in sei giorni, live su nastro, senza sovraincisioni. Un lavoro istintivo, ritmico, senza concept.
Da New York parte anche l’Arca, che nei mesi successivi passa da Australia, Africa ed Europa. Le tappe non rispondono al mercato ma alla vitalità dei luoghi: Jovanotti vuole città dove qualcosa può accadere ogni sera.

Pur muovendosi così tanto, il suo sguardo sul presente resta inquieto: parla di un clima emotivo instabile e di un “marketing della depressione”. Non nega la crisi, ma rifiuta di restarci dentro: vuole osservarla muovendosi.
In Italia il progetto cambia forma: un percorso dal Sud a Roma, in sette weekend, chiamato Giovanzano. Non grandi capitali, ma luoghi periferici, con giornate che iniziano nel pomeriggio tra villaggi temporanei, dj e artisti locali. Lui stesso viaggerà in bici tra una tappa e l’altra, trasformando il tragitto in parte del racconto.
La band è il fulcro dell’Arca, un ensemble internazionale che considera un organismo vivo. Importante anche il supporto delle amministrazioni locali, essenziale per un progetto che vuole interagire con i territori. La sostenibilità resta un principio operativo: energia rinnovabile, biometano, recupero dei materiali.
Al centro rimane il rapporto con il pubblico: «Non vedo l’ora di andare a chiamare la mia gente. Insieme stiamo scappando, o forse andando verso qualcosa». Alla domanda sul senso dell’Arca cita Carabba: «Fai di me». Non sa se sia un fallimento continuo o un successo continuo.
L’Arca è un progetto irregolare, ambizioso, non rassicurante. Non cerca una forma perfetta, ma una forma possibile. Un laboratorio in movimento contro l’immobilità del presente. «La forma è già lì. Basta ascoltarla arrivare».
















