Matrix Resurrection, il ritorno di Keanu Reeves

La premessa del film è geniale: il concetto di Matrix, e di "Colui" che può controllarlo e manipolarlo, è così potente che il sistema ha dovuto neutralizzarlo. Quale modo migliore per farlo se non banalizzandolo, trasformando un mito in un prodotto di intrattenimento? 

‘Matrix Resurrection’, il quarto film di una delle saghe cinematografiche di maggior successo degli ultimi decenni, arriva nei cinema il 1 gennaio. La visionaria regista Lana Wachowski riunisce nuovamente le star Keanu Reeves e Carrie-Anne Moss nei ruoli iconici che hanno reso famosi Neo e Trinity.

In Matrix Resurection  si ritorna in un mondo in cui esistono due realtà: la vita quotidiana e ciò che si cela dietro ad essa. Per scoprire se la sua realtà è vera o solo immaginazione e per conoscere realmente se stesso, Thomas Anderson dovrà scegliere di seguire ancora una volta il Bianconiglio. Non è un film perfetto, ma c’è abbastanza della vecchia magia per deliziare i fan di vecchia data. Non si può ignorare il profondo impatto culturale di Matrix. Ha ridefinito il genere del film di fantascienza e ha plasmato un’intera generazione di fan, inoltre ha incassato 460 milioni di dollari in tutto il mondo, ha vinto diversi Oscar e ha consacrato Keanu Reeves nell’olimpo delle star di Hollywood.

Nell’ultimo capitolo ci troviamo di nuovo di fronte ad una scelta. La “pillola rossa” quando cerchiamo una verità inquietante che può cambiare la vita o quella blu per restare nella beata ignoranza. Matrix è il film del ritorno. La scena iniziale vede  Bugs (Jessica Henwick), capitano di una nave ribelle chiamata Mnemosyne, che si imbatte in uno strano programma in esecuzione su un vecchio codice  di Matrix. E’ la riproduzione della famosa scena di apertura del film originale in cui Trinity fa fuori un gruppo di ufficiali armati e si mette in fuga dagli agenti. Ma alcuni dettagli chiave sono sbagliati, inclusa la presenza di un agente che si rivela essere l’incarnazione digitale di Morpheus (Yahya Abdul-Mateen II). Bugs libera Morpheus dal loop e si alleano per rintracciare Neo in Matrix. 

Neo, tornato nei panni di Thomas Anderson, sta lavorando in una società di game design chiamata Deus Machina, con il suo capo e partner Smith (Jonathan Goff). Thomas è famoso per aver progettato il franchise di gioco di maggior successo dell’azienda: Matrix. Ma continua ad avere sogni vividi che sembrano ricordi, e non riesce a scrollarsi di dosso la fastidiosa sensazione di essere davvero imprigionato all’interno di una finta realtà informatica. 

La premessa del film è geniale: il concetto di Matrix, e di “Colui” che può controllarlo e manipolarlo, è così potente che il sistema ha dovuto neutralizzarlo. Quale modo migliore per farlo se non banalizzandolo, trasformando un mito in un prodotto di intrattenimento? 

Nessun sequel si avvicinerà mai alla pirotecnica visiva e all’originalità mozzafiato del primo film, e Matrix: Resurrections ha alcuni punti deboli. In particolare, la seconda parte è un po’ confusa, il dialogo è spesso ampolloso, o al limite del pretenzioso, sempre sul filo del rasoio tra filosofia kantiana e psicoanalisi. Infastidisce un po’ con quella deriva moralista nel finale, ma va pur riconosciuto che non sono argomenti abbastanza validi per affossare un film che sorprende per la risonanza emotiva con le nostre percezioni sulla differenza fra realtà vera e realtà fittizia. 

 

Autore dell'articolo: Monica Straniero