All About My Sisters, la colpa di nascere femmina in Cina

Il documentario di debutto di quasi tre ore di Wang Qiong è una lunga intervista alla sorella più piccola, colpevole di non essere nata maschio in una Cina dove si pratica ancora l'aborto selettivo

La ventiduenne Wang scava nei drammi e nei traumi della sua famiglia, esplorando la complessità della politica, del genere, del sesso, del controllo delle nascite e del potere politico sociale sui corpi delle donne. Al centro c’è Jin, sua sorella minore che è cresciuta separata da loro. Una delle tante bambine mai nate, non registrate all’anagrafe e per questo un fantasma per lo Stato cinese.

Presentato con successo alla 59esima edizione del New York Film Festival, All About My Sisters è il lungometraggio d’esordio del regista cinese Wang, documentarista e fotografo attualmente residente a Filadelfia. 

Quando in Cina è entrata in vigore la politica del figlio unico, nel 1979, il governo ha previsto che i funzionari addetti alla pianificazione familiare locale fossero estremamente rigidi nel farla rispettare. A metà degli anni ’80, il governo cinese ha ammorbidito la politica del figlio unico nelle zone rurali, permettendo di avere un secondo figlio, venivano trascinate in un veicolo per essere trasportata in ospedale e subire l’aborto forzato.

Nel film All About My Sisters, la piccola Jin sopravvive all’iniezione fatale Abbandonata per strada, viene salvata e poi adottata dallo zio. Oggi Jin ha una relazione complicata con le sue due sorelle, il suo fratellino, i suoi genitori e il suo bambino. Si sforza di accettare il motivo per cui non è stata voluta. La sorella maggiore, Li, è incinta del suo secondo figlio, nella speranza che sia un maschio per non dover essere messa davanti ad una scelta: portare avanti la gravidanza o abortire. Le figlie femmine costituiscono un peso poiché è necessario trovar loro un marito e fornirle di dote mentre, invece, la nascita di un figlio maschio assicura la promessa di un sostegno sicuro al reddito familiare.  In un momento cruciale per la sua famiglia, Wang imbraccia la telecamera nel tentativo di guarire ferite che forse non si rimargineranno mai.

“Ogni giorno, mentre andavo a scuola, vedevo galleggiare nei fiumi feti appena abortiti.  L’interruzione di gravidanza, non regolata da alcun tipo di legge, era diventata una pratica quasi standard”, racconta Wang. “Gli effetti di una simile violenza sulle donne e sugli uomini ha causato  un profondo sconvolgimento della cultura e della società tradizionale cinese”.

La regista indaga le cause di un’ingiustizia che ha causato un grave squilibrio di genere e messo a rischio il ricambio demografico. Jin spiega il dolore di valere meno delle sorelle e del fratello. Non si sente parte della famiglia. Ogni giorno deve fare i conti con una verità difficile da accettare: non aver alcun diritto a vivere ed essere amata,  semplicemente perché non è nata maschio.

 

 

Autore dell'articolo: Monica Straniero