La convivenza tra palestinesi e israeliani nel film “Tutti pazzi per Tel Aviv”

Il regista Sameh Zoabi dirige una brillante commedia per rendere omaggio ad una soap opera "Tel Aviv in fiamme" prodotta a Ramallah. Il film esce nelle sale il 9 maggio

Per ridere veramente devi essere in grado di sopportare il tuo dolore e giocarci” diceva Charlie Chaplin e Sameh Zoabi – il regista della commedia Tutti pazzi a Tel Aviv – non potrebbe essere più d’accordo. Il suo è stato un lavoro ambizioso e temerario, che vedrà la luce nei cinema a partire dal 9 maggio.

La commedia Tutti pazzi a Tel Aviv , nei cinema dal 9 maggio con Academy Two, è ambientata tra Israele e la Palestina: a partire da questo, sembrerebbe non ci sia nulla da ridere, ma Sameh Zoabi vi stupirà.

Il protagonista della pellicola è Salam (Kais Nashif, primo premio orizzonti miglior attore al Festival di Venezia 2018 proprio con Tutti pazzi a Tel Aviv), un trentenne palestinese e squattrinato che vive a Gerusalemme e che, grazie a suo zio, ottiene il posto di assistente di produzione per una nota soap-opera, intitolata “Tel Aviv brucia”. È ambientata a Tel Aviv nel 1967, all’alba della Guerra dei sei giorni, combattuta da Israele da una parte e la fazione araba (Egitto, Siria e Giordania) dall’altra. I presagi di guerra si percepiscono ovunque e non è difficile fare il collegamento con gli odierni conflitti arabo-israeliani. Nella soap-opera, presagi di guerra si percepiscono ovunque e Manal, un’affascinante donna palestinese, viene inviata come spia nel cuore di Tel Aviv con la missione di sedurre il generale israeliano Yehuda e rubare i suoi piani di guerra, cosicché gli arabi possano farsi trovare pronti. Manal, quindi, cambia identità è diventa Rachel, un’ebrea cresciuta in Francia. Apre un ristorante francese a Tel Aviv, proprio davanti al quartier generale dell’esercito israeliano, così da poter spiare tutti i movimenti dei suoi nemici. Grazie alle sue deliziose specialità francesi, “Rachel” riesce a sedurre il generale Yehuda e nel giro di qualche settimana diventano amanti. Ma Manal è ancora una spia e sta fingendo oppure si è veramente innamorata del generale israeliano, mettendo in secondo piano la sua passione per la causa palestinese e il suo affetto per Marwan, il combattente della resistenza che l’ha spinta ad intraprendere la sua missione da spia per vincere la guerra e vivere in pace proprio con Manal?

Sara questo lo snodo principale della soap-opera di cui si occupa Salam. E, tra alti e bassi, la stesura dei copioni prosegue, anche grazie all’immenso successo dell’opera televisiva, in parte dovuto alla famosissima attrice che interpreta la protagonista, ossia la bellissima e fascinosa Tala (Lubna Azabal), con cui Salam si troverà ad avere a che fare più che con gli altri attori, dal momento che il trentenne palestinese conosce l’ebraico alla perfezione ed è stato assunto proprio per aiutare i protagonisti della soap con la loro pronuncia.

C’è solo un piccolo problema: la soap-opera viene girata a Ramallah (Palestina) e Salam ogni giorno è costretto ad attraversare un posto di blocco israeliano per spostarsi dalla capitale israeliana fino a Ramallah in Palestina. E, si sa, i posti di blocco non sono mai una passeggiata, soprattutto se sanciscono uno dei confini arabo-israeliani. È proprio in questo posto di blocco che Salam incontra e conosce il comandante incaricato del posto di blocco Assi (Yaniv Biton), la cui moglie è una fan sfegatata della soap-opera di cui si occupa Salam. Per impressionare la consorte, dunque, Assi si farà coinvolgere nella stesura della soap-opera dal giovane palestinese che, dal canto suo, ha bisogno di un consulente israeliano per rendere i suoi dialoghi più realistici.

Come nella soap-opera, anche il cast artistico e tecnico della produzione televisiva si troverà a confrontarsi più volte sui temi politici e sociali relativi ai conflitti arabo-israeliani, che caratterizzavano il 1967 come anche la realtà odierna. Tra una risata e l’altra, quindi, nella commedia non mancheranno riflessioni interessanti che si appellano alla coscienza degli spettatori, partecipanti attivi del film di Sameh Zoabi.

Ma perché il regista ha deciso di osare tanto e di dirigere una commedia che tocca però temi e luoghi così seri e impegnati? “È una grande sfida fare una commedia facendo i conti con le realtà israeliana e palestinese” ammette senza giri di parole Sameh Zoabi  “Le persone considerano il territorio e il conflitto molto seriamente e ogni tentativo di fare una commedia può essere erroneamente interpretato come non abbastanza forte o serio. Io credo invece che la commedia lascia la libertà di discutere molto seriamente di argomenti anche difficili in modi differenti. Con i film che ho realizzato ho cercato di divertire il pubblico, ma anche di mostrare la condizione umana in cui i personaggi vivono realmente. Non cerco di fare commedia a tutti i costi, ma piuttosto di raccontare in maniera veritiera la realtà in cui come palestinese sono cresciuto.” Ha spiegato “Aleggia un senso di disperazione, ma c’è anche molta ironia e voglia di scherzare quando ci si ritrova seduti intorno ad un tavolo. In Tutti pazzi a Tel Aviv le vicende fanno i conti con queste due diverse prospettive. Il tono è da commedia, ma non banalizza una situazione che considero profondamente drammatica, ma piuttosto sfrutta le intuizioni che l’accentuazione comica può portare. Come diceva Charlie Chaplin”.

Il film quindi – che in partenza poteva sembrare ossimorico e fraintendibile – è in realtà uno scorcio divertente ma autentico di una delle più drammatiche realtà dei nostri tempi e, con la frizzantezza tipica della commedia, porterà tutti a riflettere sulle utopie, la storia, la guerra e l’amore che ogni giorno vediamo nei telegiornali, superando però il distacco da anonima notizia passata in tv. Dal 9 maggio al cinema.

Autore dell'articolo: Floriana Lovino