Intervista a Michela Occhipinti, al Bif&st con “Il Corpo della Sposa”

Intervista a Michela Occhipinti, regista de Il corpo della sposa che racconta il percorso di Verida a tre mesi da un matrimonio obbligato dalla sua famiglia

Ambientato in un’inedita Mauritania, stato occidentale dell’Africa settentrionale, a confine tra il deserto del Sahara a est e l’Oceano Atlantico ad ovest, Il corpo della sposa – Flesh out racconta la storia di Verida (l’esordiente Verida Beitta Ahmed Deiche), una ragazza moderna che lavora in un salone di bellezza, frequenta i social network e si diverte con le amiche. A tre mesi da un matrimonio combinato e obbligato dalla sua famiglia, Verida, come da tradizione locale, deve sottoporsi necessariamente al gavage, ovvero deve intraprendere una serrata ‘dieta’ che la farà ingrassare fino a raggiungere quell’ideale di bellezza prefissato dalla sua società.
Questa è la storia che, per il suo primo lungometraggio, Michela Occhipinti decide di raccontare, una storia di vita e di tradizioni che, inevitabilmente, si insinuano nell’esistenza di una giovane donna.
Presentato alla Berlinale 2019 nella sezione Panorama, Il corpo della sposa debutta in anteprima al Bif&st – Bari International Film Festival, regalando al pubblico una sincera ma delicatissima visione dell’altra faccia della medaglia di un problema universale. Se, infatti, nella società a noi vicina lo stereotipo di bellezza è ancora descritto attraverso misure minute e corpi longilinei, in altri luoghi, come la Mauritania raccontata, questo viene completamente ribaltato.

La regista riesce a far immergere lo spettatore nei gesti quotidiani di Verida, giorno dopo giorno le azioni si ripetono divenendo quasi ritualistiche ed esasperanti per la giovane protagonista. Lei tenta una ribellione, una sottile e ‘sussurrata’ ribellione contro un’arretratezza socio-culturale che è difficile da sradicare. Verida si ritrova da sola, non solo nel macrocosmo che è la sua città, ma anche nell’ambiente intimo della sua famiglia, una madre ed una nonna, in particolare, fermamente convinte di dover guidare la ragazza nel suo percorso pre-matrimoniale. Così il film, pur incentrandosi sulla figura della ragazza, assume un aspetto corale: ogni donna presente nella storia, se pur con ruoli marginali, assume un’importanza all’interno delle dinamiche della vita di Verida.
Il corpo della sposa spinge, dunque, ad una profonda riflessione verso la sua tematica principale: la donna, ancora oggi, non ha raggiunto una piena libertà del proprio corpo, nonostante culture diverse, a volte totalmente opposte, ma accomunate da una percezione ugualmente distorta.

Per l’occasione ecco l’intervista alla regista Michela Occhipinti.

Per il tuo primo lavoro di finzione hai scelto una storia molto particolare, la visione di una donna e di come vive il suo corpo. Un tema molto delicato e difficile, come ti sei approcciata ad esso?

E’ la storia di Verida, una ragazza che viene promessa in matrimonio ad un uomo scelto dalla propria famiglia e della sua alimentazione forzata. Dovrà, infatti, ingrassare di 20kg per il matrimonio e viene, quindi, sottoposta a gavage che la obbliga a consumare dieci pasti al giorno per arrivare ad ottenere questo peso ideale.
La domanda è: ideale per chi?
Ovviamente, per me non si tratta di una critica alla società mauritana ma è un indagare, è una riflessione che mi porta ad avere una visione più generale sulle donne di tutto il mondo. I canoni estetici sono cambiati in continuazione: nei dipinti dell’800, ad esempio, veniva dettagliatamente dipinta la cellulite ed era segno di bellezza; poi, negl’anni ’50, siamo passati alla forma della ‘clessidra’, e ancora negl’anni ’60 le modelle erano magrissime e così via. Insomma, ho voluto portare una dimostrazione, in questo caso antitetica, perché ci sembra quasi folle che l’ingrassare sia annoverabile come canone estetico ma, in realtà, non importa la forma che stiamo cercando di raggiungere, quello che è universale è il percorso che facciamo per arrivare a cambiare il nostro corpo.

Ti sei sempre occupato di cinema del reale. Dal documentario, quindi, ad un lungometraggio. Come sei arrivata a questa scelta?

In realtà anche questa volta avrei voluto realizzare un documentario. Già ‘Lettere dal deserto’ era una sorta di ibrido tra documentario e finzione ma per Il corpo della sposa è stato diverso. Quando sono stata in quei luoghi, per la prima volta, mi sono resa conto che le donne che incontravo avevano tra loro una storia simile ma diversa: per cui c’era il gavage normale, quello chimico (cioè cercare di ingrassare con l’aiuto di compresse, n.d.r.), l’utilizzo di creme sbiancanti, il divorzio multiplo. Ci sono troppe sfaccettature che volevo raccontare e se avessi scelto di seguire una sola donna in un documentario non sarei riuscita a mostrare tutto e, soprattutto, a far capire che ci sono delle ragazze che non fanno più determinate cose.

Verida è la protagonista ma, guardando Il corpo della sposa, risulta un film corale. E’ così?

Si assolutamente. Verida è la protagonista e abbiamo scelto di raccontare una storia che appartenesse ad una ragazza che vive in modo canonico la sua età. Quindi abita in città, ha delle amiche, usa i social network, lavora nel centro estetico della nonna, una ragazza nella quale potersi riconoscere, dunque. Quindi anche nella costruzione della storia ho voluto che il tutto fosse molto semplice, nella fase di sviluppo volevo che fosse realistiche anche le azioni quotidiane, anche perché nell’arco di tre mesi (tempo in cui Verida dovrà ingrassare) non accadano per forza grandi cose. Tutto quello che circonda Verida, quindi, è importante per farla emergere: volevo che gli altri personaggi fossero importanti quasi quanto il suo e che lei, dunque, avesse delle relazioni forti. Quindi abbiamo puntato molto sulla relazione con la sua migliore amica, Amal, perché non fosse solo al ‘servizio’ di Verida ma che lo stesso personaggio di Amal avesse un piccolo arco narrativo nel film e, ancora, il rapporto con la nonna e il suo personaggio, pur essendo solo accennato, sono importantissimi per raccontare la protagonista. Così come la mamma che non è cattiva anzi la ama molto ma è una persona semplice e abituata alle tradizioni e che, quindi, la spinge a mangiare; insomma, ogni personaggio, con il proprio piccolo arco narrativo, sostiene la protagonista ma allo stesso tempo racconta una piccola storia.

 

 

Autore dell'articolo: Luana Martino