Intervista a Ali Vatansever, al Bif&st con Saf

Saf mette in scena un dramma illuminante su temi rilevanti e di grande risonanza sociale che vanno oltre i confini tuchi per arrivare fino ai nostri

“Saf”, significa “puro” in inglese.  A sei anni da One day or another, nel suo secondo lungometraggio, il regista turco Ali Vatansever racconta una storia umana ed universale. Ambientata ad Istanbul, il film approfondisce temi estremamente attuali come la gentrificazione, la trasformazione di spazi e persone, le questioni dell’immigrazione e il rapporto con il diverso, con lo straniero.

Il protagonista è Kamil (Erol Afsin) che vive con sua moglie Remziye (Saadet Işıl Aksoy) in uno degli  edifici abbandonati. Palazzi che ospitano anche immigrati siriani. Oppresso da pesanti problemi economici, inizia a lavorare in segreto in uno dei cantieri della città. Non solo. Accetta lo stesso salario riservato ai rifugiati siriani, rubando così il lavoro ad uno di loro. Quando la copertura salta, il protagonista dovrà confrontarsi con l’ostilità dei colleghi turchi e allo stesso tempo “lottare” contro un operaio siriano per tenersi il lavoro.

La Turchia non è l’unico paese dove una parte della sua popolazione rifiuta i rifugiati. Anche in Italia l’ostilità nei confronti degli immigrati è in crescita

Vatansever: “L’odio nei confronti degli immigrati è il risultato di un risentimento sociale di ampia portata. Interessa il mondo intero. E solo perché la tua comunità appoggia questo atteggiamento non lo rende meno grave. E’ il prodotto di bigottismo e razzismo. Chi emigra lascia il posto dov’è sempre stato per andare incontro all’ignoto, rischiando anche la vita. E’ una scelta che spiazza e scompensa chi invece resta arroccato alle certezze del proprio posto, vedendo arrivare persone che hanno fatto una scelta inversa”.

Il rumore inquietante dei martelli pneumatici, delle betoniere, accompagnato dal balletto delle gru, fa da sottofondo musicale alle prime immagini di Saf che ci introducono nel distretto di Fikirtepe di Istanbul, una zona nel bel mezzo di enormi trasformazioni urbane che stanno spazzando via le comunità più povere.

Vatansever: Per molti, quello della gentrificazione delle grandi metropoli è quasi un fenomeno naturale, che non può essere arrestato, perché necessario. Se a questa situazione già socialmente esplosiva, aggiungi l’arrivo di immigrati, nel film siriani, che cercano riparo negli edifici deserti, abbiamo una grande quantità di gente disperata che non sa dove andare mentre giganteschi grattacieli vengono eretti su un cimitero di storia. Con l’effetto di scatenare una guerra tra poveri. Ed è esattamente quello che succede in Saf. 

Come si fa quindi a restare puri in un mondo in continuo cambiamento?

Vatansever: Un grande sforzo di solidarietà da parte di tutti. Spesso i cittadini accoglienti con gli immigrati alla fine vengono etichettati come traditori e trasformati in nemici stessi. Ben presto la vita diventa “noi contro loro” fino a quando anche i giusti non saranno preda della disperazione. Questo dimostra che le trasformazioni urbane possono distruggere un uomo semplice come Kamil.  L’ostilità dei suoi stessi connazionali e la necessità di sopravvivere metteranno in discussione i suoi principi, cambiando la sua personalità e il rapporto con la moglie“.

In una delle scene più significative del film, nel corso di una rissa, un siriano in attesa di un lavoro viene attaccato da un lavoratore turco che lo accusa di “rubare loro il pane”.

Vatansever: Ormai nel 2019, possiamo facilmente dire che questa frase è una dichiarazione universale di razzismo e xenofobia. E’ invece necessario capire e far capire che anche se ci fosse un calo massiccio dell’emigrazione in Europa, la crisi economica ci sarebbe lo stesso e che le sue ragioni vanno cercate altrove. Il diritto al movimento è di tutti. Non si può continuare a pensare di aver la precedenza su alcuni diritti solo perché si è nati in un determinato posto. È una china pericolosa su cui troppi di noi stanno scivolando. Kamil e sua moglie lottano per la sopravvivenza senza rendersi conto del proprio ruolo nel distruggere il mondo circostante. In questo contesto, è il rispetto della dignità umana il valore che può impedire la totale disgregazione del tessuto sociale dei singoli stati”.

Autore dell'articolo: Monica Straniero