Tina Modotti di casa a Parma

Fino al 7 aprile nella ex chiesa sconsacrata di Borgo delle Colonne in un contesto che ambienta ed esalta le opere della fotografa italiana

In una ex chiesa sconsacrata di Parma è possibile, fino al 7 aprile, visitare la mostra dedicata alla fotografa Tina Modotti.
“Tina” è un progetto di Bonanni Del Rio Catalog in collaborazione con il gallerista Reinhard Schultz di Berlino ed è esposta allo spazio BDC28, in Borgo delle Colonne 28, accompagnata dall’omaggio all’artista da parte di tre giovani fotografe parmigiane, Alessia Leporati, Chuli Paquin, Noemi Martorano, cui sono dedicati.
Il contesto è molto suggestivo e accresce, se possibile, il fascino delle immagini scattate dalla Modotti, la cui impegnativa biografia resta qui, per scelta curatoriale, in secondo piano, per lasciare parlare l’artista e fotografa.
In questa chiave di lettura gli 80 scatti scatti che ne illustrano la ricerca, filtrata da sensibilità sociale poi divenuta impegno politico, sono accompagnati nel catalogo dai testi di Gloria Bianchino “Tina Modotti: il mondo come geometria e lunga durata” e di Pino Cacucci “I fuochi, le ombre, i silenzi”.
Lo spazio BDC28 è un centro dedicato all’arte contemporanea, ma anche alla musica live, performance, eventi. Mantiene i volumi della chiesa, porta i segni delle trasformazioni, è stata anche molto laicamente una autorimessa, con scorci multiformi, un scala a vista, e aperture verso l’esterno. I segni del tempo sono stati rispettati nei muri scrostati.

Foto di UMS

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Questa identità di spazio aperto all’incontro è sottolineata anche dall’arredamento di qualche angolo con mobili o poltrone vintage, vetrine che conservano oggetti, libri, oppure le opere esposte.
In questo contesto le opere di Tina Modotti si trovano a casa, in un ambiente che sembra richiamare quei sette anni di carriera fotografica, tra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, in un Messico di fermenti artistici e sociali, fino alle ultime foto scattate a Berlino. Immagini che creano o riprendono icone e che a loro volta sono diventate icone: le mani dei campesinos e dei lavoratori, i volti dei bambini, di uomini e donne, che sono monumentali senza essere retorici, come si legge nel viso della donna Tehuantepec, immagine guida della mostra. Quindi le nature morte, tra cui i simboli della rivoluzione e del comunismo, falci e martello, chitarre e mitraglieri, in un bianco e nero che fa sentire l’odore del ferro.
Non mancano i ritratti delle persone a lei vicine, come Edward Weston, né quelli che lui le fece e che fanno sentire ancora più vicina la sua presenza.
Inaugurata alle soglie dell’otto marzo, la mostra è stata interpretata dai curatori come una dedica a tutte le donne attraverso l’omaggio a questa italiana indipendente e intraprendente.

Autore dell'articolo: Luisa Gabbi