Terza serata. Giro di boa per il Festival di Sanremo 2019.

Al giro di boa, il mastro di festa, Claudio Baglioni, s’è visto meno sul palco. Per modo di scrivere. Resta stoccafisso nonostante accenni per un nanosecondo un passo di coreografia sull’ouverture.

Al giro di boa, il mastro di festa, Claudio Baglioni, s’è visto meno sul palco. Per modo di scrivere. Resta stoccafisso nonostante accenni per nanosecondi un passo di coreografia sull’ouverture. Per quelli che non temono il cronometro: con l’ouverture ed il finale dei personali canori, il mastro ha preso più o meno 20 minuti complessivi; un compromesso accettabile sulla tirata da 4 ore e i vari cammei. Baglioni ha preferito il ruolo del buon padre che lascia le ‘sue’ creature sperimentare una scaletta comunque più dinamica. A parte l’inganno della caffeina per chi scrive, la differenza l’hanno fatta gli ospiti ed i loro repertori: prima della mezzanotte la festa di paese si è trasformata in festa di capodanno senza il trenino ed il conto alla rovescia. Ci sono altre due serate da riempire; con un po’ di fortuna potremmo arrivare a godere anche di questo.

Le creature: Virginia Raffaele e Claudio Bisio. Con un’inaspettata inversione di ruoli, cosa non da poco data la differenza di cachet tra i due, è Bisio quello che soffre della sindrome da valletta. Accoglie, lancia, coadiuva i colleghi comici; per un attimo Zelig è addirittura sembrato possibile, anche all’Ariston, nel duetto con Paolo Cevoli. È con Virginia che non scatta la scintilla. In Ci vuole un fiore, che Sergio Endrigo li perdoni, sortiscono l’effetto ‘non vi si regge’. Alla fine vince Virginia. Ad un’ora dall’inizio, la show woman piazza una bella perfomance ‘personificando’  i difetti di riproduzione di un vecchio grammofono. Si trasforma poi in padrona di casa, improvvisando a sua insaputa ma in chiave comica il ruolo della badante, quando accoglie e duetta con la brillante Ornella Vanoni, l’ospite più esilarante ed immune al modestismo sanremese. Quasi fresco il saluto (quasi) non programmato tra la Vanoni e Patty Pravo, due grandi interpreti che, insieme a Loredana Bertè, portano addosso il tempo senza la volontà di farlo: al di là del botox, restano signore di un autentico e sincero chissenefrega, come stile di vita.

Altri dodici in gara. Mahmood è il primo: voce molto interessante, sembra il più sincero tra i ribelli incensati per caso. Lo segue Enrico Nigiotti, testo alla livornese con tanto di fischio con piscio, scontato. Anna Tatangelo resta una bella voce, immolata sull’altare della banalità. Ultimo prende il microfono e fa il suo lavoro con la verve del predestinato, meglio dell’insipido Francesco Renga. Irama prova la canzone di denuncia, bene ma non benissimo, il titolo è il verso più azzeccato della canzone, La ragazza con il cuore di latta. Un plauso a lui. Patty Pravo con Briga sono così improbabili da risultare un po’ come la vita: da prendere con filosofia. Simone Cristicchi si gode la standing ovation. La sua resta una bella prova in attesa delle polemiche: l’orchestrazione della sua canzone sembra ricordi la colonna sonora di Awakenings di Randy Newman.  Con i Boomdabash, il pubblico riprende il ritmo, Motta prova a farlo meditare. Chiudono in buona prova gli Zen Circus, mentre Nino D’Angelo e Livio Cori sono ancora una formula da decifrare.

Gli ospiti. L’ edizione del Festival, anche per le questioni anagrafiche del mastro untore, si muove avanti ed indietro tra l’inizio e la fine degli anni ’70, con qualche passo negli ’80; le iniezioni di futuro a coprire un arco temporale di più o meno 4 decadi sono lasciate ai nuovi generi in gara. Insomma, per quanto riguarda gli ospiti si tratta di un’edizione che è sia amarcord che fiera dell’antiquariato sicuro, grammofono di scena ed occhiali del buon Venditti esclusi. Antonello Venditti è proprio il primo degli ospiti. Sotto il segno dei pesci; in duetto con Baglioni, Notte prima degli esami, e una sequenza di immancabili vibrati a ribadire che il diaframma ce l’ha solo lui, Venditti appunto, sono gli elementi sufficienti per la standing ovation. Baglioni duetta anche con l’urlato garantito di Alessandra Amoroso, prima di lasciare il pubblico a sfogarsi con il medley di successi storici firmati da Umberto Tozzi e Raf. Fabio Rovazzi tiene bene il palco, c’è Bisio che gli fa da valletta. Dopo il pezzo Andiamo a comandare e qualche altra gag riferita, Baglioni torna a cantare, questa volta con Fausto Leali e lo stesso Rovazzi.

L’omaggio a Mia Martina trova ancora tutti svegli. Per fortuna. Serena Rossi entra in scena e canta con bravura Almeno tu nell’universo. Nonostante Baglioni e l’opera da guasta testi, la performance di Serena Rossi lascia il segno dovuto: ‘Quando pensavo a Mimì prima di studiare per questo film, pensavo a un’ingiustizia, una violenza, una discriminazione. Invece era una grande artista e una grande donna ed è il momento di chiederle scusa per quello che le hanno fatto’. Da non perdere il film, Io sono Mia, in onda su RaiUno il 12 febbraio. Serena Rossi interpreta Mimì Bertè, Claudio Baglioni non fa parte del cast.

Autore dell'articolo: Imma Tuccillo Castaldo