Capri Revolution, naturalismo e utopia nel nuovo film di Mario Martone

Un'isola unica al mondo, la montagna dolomitica precipitata nelle acque del Mediterraneo che all'inizio del Novecento ha attratto come un magnete chiunque sentisse la spinta dell'utopia e coltivasse ideali di libertà, come i russi che, esuli a Capri, si preparavano alla rivoluzione
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Regista didattico, ma mai moraleggiante, schivo da ampollosità retorica e da ottuse celebrazioni storiche, capace di unire lungimiranti riflessioni e profonde emozioni, Mario Martone si conferma con “Capri Revolution” – presentato alla recente 75.ma Mostradel Cinema di Venezia – come il regista più vicino a Roberto Rossellini. Con questo film si conclude la sua personalissima trilogia sulla storia italiana fino alla Prima Guerra Mondiale, dopo Noi credevamo” e “Il giovane favoloso, dedicati rispettivamente alle disillusioni del Risorgimento e a Giacomo Leopardi.

Siamo nel 1914, l’Italia sta per entrare in guerra e l’isola di Capri è in pieno fermento e rinnovamento (arriva per la prima volta l’elettricità). Una comune di giovani nordeuropei ha trovato sull’isola il luogo ideale per la propria ricerca nella vita e nell’arte – esplicito riferimento alla comune che il pittore Karl Diefenbach costituì proprio a Capri agli inizi del Novecento, avendo come omologa quella del Monte Verità, a Locarno e oggi ancora in essere -: vivere immersi nella natura, nudi, e cibarsi in modo vegetariano. Libera licenza del regista quella di spostare un po’ più avanti l’esistenza della comune: Diefenbach morì infatti nel 1913.

L’isola vive il cambiamento culturale in atto, tra vecchio e nuovo, ed ha comunque già una sua propria e forte identità, incarnata in una giovane ragazza, una capraia, di nome Lucia (la brava Marianna Fontana, già ammirata in “Indivisibili“).

Il film di Martone narra l’incontro tra lei, la comune guidata da Seybu (Reinout Scholten van Aschat) e il giovane medico del paese (Antonio Folletto). La libertà dei membri della comune – hippie dei primi del Novecento -, affascina, seduce a poco a poco Lucia, cambiando per sempre la sua sensibilità di donna e portandola a lottare per la propria libertà, contro il giogo di un maschilismo familiare insostenibile, senza però mai trasformare il tutto in odio (come troppo spesso è invece accaduto e accade nella Storia), bensì in amore per la vita, in slancio decisionale, cioé proprio l’inizio di ogni vera rivoluzione.

Storicamente, all’inizio del Novecento Capri ha magicamente attratto, come un magnete, chiunque sentisse la spinta dell’utopia e coltivasse ideali di libertà, tra questi, per esempio, anche i russi che, esuli nell’isola, si preparavano alla rivoluzione.

“Ci tenevo che la trilogia, che non era stata pensata a tavolino, si concludesse con un personaggio femminile forte – ha detto Martone -. Era dai tempi di L’amore molesto che volevo tornare ad avere una protagonista donna perché credo che Lucia rappresenti la contemporaneità di questa storia”.

La sceneggiatura – scritta da Martone assieme alla moglie Ippolita Di Majo – è nata “magicamente”, come le tante che l’isola non cessa di suggerire. “Mi sono imbattuto nella storia della comune del pittore Karl Diefenbach per caso, vedendo i suoi quadri alla Certosa di Capri – ha racconta il regista – non sapevo che all’inizio del Novecento ci fossero comuni che anticipavano le esperienze degli anni Sessanta e Settanta. Per me si è creato un immediato cortocircuito temporale con Joseph Beuys, artista rivoluzionario che ha realizzato in quegli anni Capri Batterie: una lampadina innestata in un limone. Mi interessava l’idea dell’arte che non era ricerca estetica ma il tentativo – frutto di una visione politica – di trovare un diverso modo di creare una relazione tra le persone. Per questo Seybu è un personaggio nuovo che ha ormai alle spalle la pittura e si dedica alla danza come forma di interazione tra gli uomini”.

Una sceneggiatura profonda nei contenuti, ma anche semplice nel linguaggio (pur se suscita qualche perplessità la troppa velocità con cui la giovane capraia impara a leggere e l’inglese!): Seybu e il dottore rappresentano il conflitto, universale, tra pragmatismo e arte. Nessuno dei due prevale sull’altro, ma entrambi escono arricchiti dal confronto, lasciando così il messaggio: continuare sempre a farsi delle domande, non dare mai nulla per certo e scontato, anche di sé, saper mettere in discussione anche le proprie certezze perché questo è il senso della vita.

La fotografia di Michele D’Attanasio esalta Capri in tutta la sua bellezza selvaggia e i corpi nudi durante le danza , seppur esposti integralmente, non risultano mai volgari o frutto di voyeurismo. Finalmente!
Ancora una volta i protagonisti di Martone sono giovani, come a voler raccontare – indirettamente – un’Italia giovanile d’oggi che sente la spinta ad interrogarsi, a cambiare il rapporto tra individualità e collettività.

Film riuscito? Capri-Revolution è un lavoro diseguale e alterno, allo stesso tempo affascinante e misterioso, ma ha il merito di essere umanista e utopico allo stesso tempo: Lucia – nome che ricorda Manzoni – è la nuova rivoluzionaria (da qui il titolo) perché ama ciò in cui si imbatte, il “nuovo” rappresentato dalla comunità di intellettuali dediti all’arte, alla ricerca filosofica e al rifiuto di regole imposte, e lotta contro il “vecchio”, incarnato dai rapporti familiari.

Un’ultima riflessione. Ogni rivoluzione porta con sé una propria valenza politica: si può allora anche pensare che “Capri-Revolution” è, per certi versi, magari inaspettatamente, anche un film politico: sulla tolleranza, l’integrazione, il progresso, e che ripropone l’eterna dialettica tra tradizione e rinnovamento.

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