The Fourth Estate ci porta senza filtri nella redazione del New York Times nell’era Trump

Sbarca in Italia il documentario sul lavoro dei giornalisti del New York Times durante i primi 100 giorni di presidenza di Donald Trump

Una riflessione sull’etica e l’onestà di chi ha l’enorme responsabilità di informare correttamente al tempo dei social e delle fake news. Al tempo di un governo e di un Presidente che definisce i giornalisti e i media “i nemici del popolo”.

Stiamo parlando del documentario ‘The Fourth Estate’, diretto dalla regista nominata agli Oscar Liz Garbus (ComaBobby Fischer against the worldLove, Marilyn)presentato come evento speciale nella 59esima edizione del Festival dei Popoli di Firenze.

Distribuito da Camera Distribuzioni Internazionali, è un film incredibile, perfettamente costruito e capace di trasportarci nei primi 100 giorni di presidenza di Donald Trump attraverso il lavoro dei giornalisti del New York Times, il tempio sacro del giornalismo, il quotidiano dei premi Pulitzer, delle inchieste, sinonimo di affidabilità e prestigio.

 

 

Come il resto della stampa mondiale, anche il New York Times ha dovuto fare i conti con una drastica contrazione della vendita di copie e ha ridotto negli anni il numero di giornalisti. Tra indiscrezioni dell’FBI, il contatto con i funzionari russi, le inchieste rischiose e le tante discussioni per arrivare alla pubblicazione di ogni notizia, il documentario racconta l’impatto del Presidente Trump sul giornalismo americano.

Ma c’è di più. La  regista non si limita infatti a scattare una fotografia dello stato del giornalismo attuale ma cerca di umanizzare i giornalisti offrendo scorci della loro vita al di fuori dell’ufficio. Emerge così la figura di una professione che vive una crisi epocale, soprattutto per quello che riguarda la sua sostenibilità economica e il continuo braccio di ferro con il potere. “E’ indubbio che un certo di tipo di informazione e di prodotto informativo è in declino, se non al tramonto. Ma non esiste ancora un modello diverso a cui ispirarsi e verso cui tendere”, spiega  nel documentario l’editore Sulzberger.

E se alcuni hanno accusato Garbus di aver realizzato uno spot per il New York Times,  il documentario rimane una riflessione imprescindibile sul ruolo del giornalismo nella tenuta democratica di un Paese, messo a dura prova dall’incontestabile vento di populismo spirato negli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia. Eppure sia Di Maio che Trump non sono i primi capi di governo a disprezzare i mezzi d’informazione. Herbert Hoover (1929-1933) – ad esempio – si rifiutava di partecipare a qualsiasi conferenza stampa.

The Fourth State testimonia in sostanza il graduale scollamento tra il Paese reale e il mondo intellettuale, alimentato da una propaganda che assimila il giornalista a un bugiardo, imbroglione e ladro di polli.

 

 

 

Autore dell'articolo: Luana Martino