Alone at my wedding, il sogno di libertà di una giovane rom

Al Riff il debutto della documentarista Marta Bergman con un film di finzione, presentato nel programma di Acid al Festival di Cannes 2018

Alone at my wedding, il primo lungometraggio di  Marta Bergman, conosciuta per i suoi diversi documentari, è uno di quei film da cui ti aspetti una narrazione miserabilista sulle ragazze Rom che cercano marito in Europa e si ritrovano accanto ad un uomo che puntualmente si rivela un terribile esempio di virilità abusiva. Invece, in modo molto sottile, il film di Bergman diventa qualcos’altro, un “oggetto” particolare che parla di emancipazione femminile da una prospettiva sia autoriale che di cinema più commerciale. 

Non c’è dubbio che la vita sia dura per Pamela, interpretata dall’attrice rumena Alina Serban. E’ giovanissima e vive insieme alla figlia e la nonna in un villaggio Rom non lontano da Bucarest. Pamela non vede nessun futuro per lei nel suo paesino. Non sorprende quindi che sogni una vita altrove. Un giorno si tinge i capelli, indossa il suo vestito più bello e si presenta in una agenzia matrimoniale nella speranza di trovare un marito che le consenta di essere finalmente libera. L’occasione arriva dal Belgio, a Liegi, dove abita Bruno, Tom Vermeir già visto in Belgica, un uomo che attraverso Skype le si «offre» come futuro sposo. Pamela conosce solo una manciata di parole francesi, ma “amour” è una di loro. Si lascia alle spalle nonna e figlia e parte alla scoperta di un nuovo mondo. 

Alone at my wedding è un film realistico nello stile di Ken Loach e DardenneBergman si prende cura del tempo, assicurandoci di avere un’idea della natura sfaccettata della comunità rom. Tra la sua gente, Pamela è stata isolata per la sua diversità. Si rifiuta di rispettare le regole che la piccola comunità le impone. Il  Belgio è invece una terra di appartamenti spaziosi e luminosi, ma anche un luogo in cui lo spazio offre un terreno fertile per permettere alla solitudine di mettere radici.

Bruno e Pamela sono due persone diverse per estrazione sociale e appartenenza culturale ma entrambe sole e alla ricerca di un’identità. Quando Pamela arriva nella deprimente dimora di Bruno, ad attenderla troverà un uomo goffo ed introverso che sembra incarnare tutto il grigiore della città belga. Il sogno di libertà si infrange contro nuove regole che queste volta le sono imposte dal suo status di straniera e da un uomo che la tiene rinchiusa in casa quando va al lavoro o esce per un drink con i suoi colleghi anche a tarda notte. Eppure la relazione contribuirà alla trasformazione l’uno dell’altro. Pamela in particolare scoprirà di non aver bisogno di di un uomo per raggiungere la sicurezza finanziaria oltre che quella emotiva.

Presentato in anteprima mondiale al Riff, Alone at my wedding si muove al di fuori dei cliché sui Rom o  su chi cerca l’amore tramite internet. Ma c’è di più Bergman ci mostra il peso che sopportano i suoi eroi per ricordarci che le relazioni quando finiscono non sempre sono un fallimento ma spesso diventano un’occasione per cambiare la visione di se stessi.

Autore dell'articolo: Monica Straniero