Intervista al Maestro Giuliano Montaldo

Nel 1971 il regista Giuliano Montaldo realizza un film sulla loro incredibile vicenda, “Sacco e Vanzetti”, un’opera che diventa subito un manifesto contro l’intolleranza, l’ingiustizia, la pena di morte.

Ha sempre creduto in un cinema di denuncia, che fa riflettere e smuovere le coscienze, il regista genovese Giuliano Montaldo, 88 anni. Eleganza d’altri tempi e modello di lavoro per molti, a partire da Nanni Moretti fino al duo Silvia Giulietti e Giotto Barbieri che insieme firmano “La morte legale”, toccante documentario sulla genesi di “Sacco e Vanzetti”, con protagonisti Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla, in uscita l’11 ottobre a cura di Distribuzione Indipendente. Un omaggio ad un manifesto per la libertà, contro la pena di morte e la violazione dei diritti umani. «Era una storia che non conoscevo e mi colpì molto», ammette Montaldo, ricordando il lungo calvario dei due anarchici italiani, il calzolaio Sacco e il pescivendolo Vanzetti, immigrati negli Stati Uniti. Accusati di omicidio e rapina, dopo un sommario processo, furono condannati nel 1927 alla sedia elettrica. Attraverso le foto dal set, testimonianze dirette e alcuni curiosi retroscena, “La morte legale” racconta la realizzazione di un capolavoro la cui colonna sonora, “Here’s to you” di Ennio Morricone e Joan Baez, è diventata simbolo di libertà e difesa dei diritti umani, esaltando le coscienze dei giovani di tutto il mondo.

TheSpot.news  ha intervistato il Maestro Montaldo.

Cosa l’ha spinta a raccontare questa ingiusta storia?

La nostra sofferenza per l’intolleranza, madre di tutti le sciagure, delle guerre, delle violenze e del razzismo, ci ha portato a girare Sacco e Vanzetti e anche Giordano Bruno, Gott Mitt Uns e Gli occhiali d’oro tanti altri film.

L’intolleranza nei confronti degli stranieri è un tema molto attuale nel mondo, tutto è destinato a ripetersi nel tempo?  

E’ comodo trovare dei nuovi imputati e delle nuove ragioni di intolleranza.

Il film ha scosso il mondo intero, ed è stato fondamentale per far conoscere la loro tragica e ingiusta storia.

In America Sacco e Vanzetti sono stati subito bollati come anarchici, di sinistra. Per loro anarchia significava, invece, battersi per la difesa dei diritti. Mentre la paura che il virus comunista potesse contagiare il Paese, grazie a nuovi immigrati, ha portato ad accelerare la ingiusta condanna di due persone. E’ stato un esempio per tutto il popolo americano.

Tra le battaglie che vinse durante i tre anni di lavorazione sul set, anche quella per il ruolo di Vanzetti, affidato al talentuoso Volontè

Si riuscii ad impormi. Non avevamo i soldi, così pensammo di farci aiutare con una coproduzione francese. Ma quando mi proposero per il ruolo di Vanzetti l’attore Yves Montand mi è preso un colpo. Dissi di no, lo stimavo molto. Avevamo anche lavorato insieme ma non era giusto per la parte. Mi opposi minacciando di non fare il film e vinsi.

Avete dovuto affrontare parecchie difficoltà?

Si, soprattutto pratiche. Abbiamo girato nella baracche in Jugoslavia poi a Dublino per ritrovare la Boston dell’epoca. Nella prigione in cui era stato incarcerato Tito e a Cinecittà abbiamo ricostruito l’aula di tribunale, quella del discorso finale di Vanzetti. Mentre l’atmosfera del set era unica e piena di entusiasmo. Hanno partecipato molti attori di teatro, anche gratuitamente. Con determinazione e testardaggine in tre anni c’è l’ho fatta.

E poi nel 1977 il governatore del Massachusetts Michael Dukakis, proclama la riabilitazione di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, dichiarando la loro totale innocenza. Cosa ha provato quel giorno?

Il film ha scatenato un desiderio di approfondimento e di ricerca della verità. Alcuni ragazzi che studiavano giurisprudenza hanno ripreso in mano le carte del processo dimostrando l’errore e Dukakis ha così riabilitando la loro memoria. In quel periodo io, il produttore e la mia compagna Vera eravamo in America e abbiamo potuto filmare quel momento di grande commozione. Quel giorno un signore si è avvicinato e mi ha abbracciato. Era il nipote di Sacco. E’ stato veramente emozionante.

Pensando al cinema di Petri, di denuncia sociale, crede che ci si ancora la censura?

Oggi i cinema chiudono. Non si scrivono più sceneggiature pagate dal produttore. Allora avevamo maestri come Age, Scarpelli, Maccari, Scola. Poi ci sono i problemi dei tempi, della distribuzione e il film è destinato al passaggio televisivo. Ho i cassetti pieni di film che non sono riuscito neanche a far leggere e a proporre. Mi dicevano “Fatte veni’ un’artra idea”. Ora io non so ancora cosa è successo a Portella della Ginestra, non so ancora che è successo a Ustica, a Piazza Fontana, non sappiamo ancora niente, fare film col punto interrogativo finale non è il nostro mestiere.

Sacco e Vanzetti è stato accompagnato da “Here’s To You, Nicola and Bart”, la ballata cantata da Joan Baez con la musica di Ennio Morricone. Sedici colonne sonore insieme. Come è stato lavorare con Morricone?

Ho ancora il record assoluto di colonne sonore insieme, anche se molto probabilmente verrà demolito da Giuseppe Tornatore. Ho cercato di ricordare tutto quello che mi ha detto. E’ un artista sempre disponibile e al servizio del film che mi ha insegnato ad immaginare sempre la musica quando si scrive una storia.

 

 

Autore dell'articolo: Paola Medori