Impressioni di Settembre sull’Amore

A settembre tutto ricomincia nel nostro mondo occidentale: la scuola, il lavoro, gli impegni, le classi, lo yoga, la palestra, i corsi di canto, di inglese, i telegiornali. E l'amore?

“Nel sentimento dell’amore c’è qualcosa di singolare, capace di risolvere tutte le contraddizioni della vita e di dare all’uomo quel bene completo, la cui ricerca costituisce la vita stessa.” Lev Tolstoj

E proprio dalle riflessioni di Tolstoj, che giunse sul pianeta Terra il 9 Settembre 1828 a Jasnaja Poljana, in Russia, che inizio a raccontarvi le mie impressioni di settembre proprio sull’amore. Lo faccio cominciando a sfogliare quel piccolo opuscoletto di pensieri dal titolo Amore e Dovere che Tolstoj scrisse di certo seguendo gli influssi dei suoi pianeti guida, sotto il segno della Vergine.

L’amore. Dal latino a-mors. La desinenza “a” è privativa cioè indica una negazione; mors è la morte, la fine. Abbiamo dunque un sostantivo per definire qualcosa che non ha morte, non ha fine. L’amore. Esiste nell’animo umano la capacità di forgiare un sentimento eterno che nutre indivisibilmente la sua stessa vita.

Dovere. Dal latino de, habere, cioè il possedere qualcosa posseduto da altri. Quindi, dovere, essere obbligato a restituire. Quando penso al dovere e a noi esseri umani in evoluzione mi chiedo se stiamo dando spazio anche a questo aspetto, se gli permettiamo di evolvere con noi.

Il dovere fine a se stesso, imposto da altri, attraverso virtù, ideologie, dogmi, implica per molti aspetti la negazione di noi stessi. E’ una richiesta fatta alla nostra anima e personalità, che viene dall’esterno e non un’espressione libera delle stesse. Ma cosa ha davvero bisogno di esprimere l’uomo moderno, che transita nello spazio infinito, attraverso il dovere per giungere all’amore? Potremmo rivisitare questo concetto e dargli un nuovo significato? Abbiamo la volontà e l’amore per noi stessi necessari per farlo?

La volontà. Questa grande forza se entra in gioco può risvegliare il nostro potere personale, la coscienza e la consapevolezza delle nostre risorse, dei doni e delle capacità insiti in ogni viaggiatore terrestre. La volontà interiore è la forza propulsiva, è il cuore di ogni dovere perché quest’ultimo non sia più un comando severo e duro. ‘Devo’ perché a sostenere con energia quell’azione, quel pensiero, quel movimento è un sentire tanto forte da cui non posso sottrarmi, perché negherei la mia vita, il mio essere più profondo, autentico e originale.

E che cosa c’è di originale in tutto questo, nel dovere oggi? Niente direi, niente più aggiungerei.

Origine. La parola Origine sul dizionario viene riportata come la “natura intrinseca delle cose, la provenienza.” Cio’ che è originale, è essere: ciò che si deve essere “per natura intrinseca”.

“Ognuno di noi che nasce è un nuovo esploratore di una terra sconosciuta. La vita è nuova e diversa in ogni istante eppure eterna nella sua spinta o volontà di essere, di , di evolversi.  A ben riflettere il fascino del vivere consiste proprio nel sentirsi gli unici abitanti di un pianeta inserito nell’universo: il nostro. Peraltro, insieme al fascino, molti adulti condividono la paura di questa vertiginosa realtà.”

L’hai mai provata anche tu? Come curarsi da questa paura e avanzare nella scuola della vita, ri-descrivere il senso del dovere, attivare la volontà e consegnarsi all’amore? Ce lo dice Iris Paciotti nel suo illuminante libro “l’Amore come terapia”: l’amore è la forza creativa, è il fondamento educativo di ogni bambino, di ogni cuore, di ogni società vibrante di vita.

Mi chiedo come sarebbe un mondo in cui il dovere è al servizio della volontà illuminata dalla forza creativa che è insita in ogni individuo. Mi aspetto un paesaggio popolato da persone illuminanti, accompagnate da animali e bambini radianti. Anche Zarathrusta di Nietzsche, scendendo dal monte, disse: “Ci vuole un caos per generare una stella danzante” e  onestamente “Amo colui che è libero spirito e libero cuore: così la sua testa non sarà che un viscere del suo cuore.”

“No, cosa sono adesso non lo so. Sono un uomo in cerca di se stesso. Sono solo il suono del mio passo. E intanto il sole tra la nebbia filtra già.”

Oggi ci capita sempre più di frequente di non vedere questi raggi tra la nebbia e di cedere alle volontà altrui e alimentare di queste il nostro dovere.

Sei anche tu capace di essere molto servizievole nei confronti degli altri per dovere, e sai leggere al volo i loro sogni e bi-sogni, meglio di Aladino che già solo per svegliarlo ce ne voleva? Sei pronto per Disneyland? Ma quella è un’illusione. Non è la realtà. E quando ce ne accorgiamo, una frustrazione e tristezza ci pervade, perché quel pezzo di terra che era nostro l’abbiamo abbandonato e ci siamo arrampicati sugli alberi maestri altrui per poter essere. Ma per poter esser chi? Per poter esser visti dagli altri? E noi non vediamo noi stessi! Oppure per vedere dall’alto quanto distanti ci siamo spostati dalla nostra rotta. La povera Cenerentola ce lo insegna: non si rimane nelle cantine dell’essere, bisogna venire alla luce. Non c’è dignità a dire sempre di sì. Non c’è volontà di essere, di esistere e manifestarsi. C’è tanta bontà, quella certamente, ma risalendo con volontà e senso del dovere nei nostri confronti, per dignità e amore per noi stessi, lasciamo il sottoscala della vita, riprendiamo le scale e scopriamo il nostro posto alla luce del sole. “La vita non procede per riempimento di vuoti, ma per conquista di spazi interiori.” Ci racconta Roberto Assagioli, padre della Psicosintesi all’ombra del nostro albero maestro. Quei vuoti sono le cantine dove vogliamo lasciare incustoditi o nascosti i nostri doni, quelle stanze non utilizzate, negate, non valorizzate, quei campi di grano mai coltivati, quelle rose mai accarezzate, quei frutteti lasciati in pasto agli avvoltoi, quei sì detti sempre agli altri, quei no detti a se stessi: quegli spazi sono dentro di noi.

Abbiamo bisogno della semplicità della nostra stessa grandezza. Di vestirci dei nostri modi migliori di esistere e di essere vivi. Di portare alla luce la nostra verità. Di portare la mente e il nostro senso del dovere ad essere servitori di una volontà che nasce dall’origine di noi stessi. Di trasformare Cenerentola nella sovrana del suo regno.

Cosi dirigiamo la volontà e il dovere sulla rotta dell’amore. Ne potrebbe uscire qualcosa di buono. Diamo origine a nuove mappe. Al timone della nostra nave lasciamo il porto sicuro di Centaury mentre ascoltiamo il suo racconto dal nostromo Edward Bach, padre della floriterapia.

Centaury

Al piccolo villaggio di Centaury* si possono incontrare “persone gentili, buone ed estremamente ansiose di servire gli altri. Esse abusano delle proprie forze in questo intento e il loro desiderio di aiutare gli altri cresce a tal punto da farle diventare più dei servitori che non degli aiutanti volenterosi. La loro naturale bontà le porta a fare più di quanto sia necessario e così facendo magari trascurano la propria particolare missione di vita.”

E’ settembre, il mare è ritornato calmo, appena uscito dalla furia gioiosa e scoppiettante dell’estate. Poche barche all’orizzonte. Tramonti rossi fuoco. Un po’ di nostalgia. A settembre sui campi si raccolgono gli ultimi doni della terra dopo il seminato e coltivato. Ci chiniamo per raccogliere il buono e il bello, il saporito e l’abbondanza che il nostro lavoro ci ha offerto e lasciamo andare alla terra, l’involucro, l’inessenziale, il caduco e ciò che ormai è stato.

A settembre tutto ricomincia nel nostro mondo occidentale: la scuola, il lavoro, gli impegni, le classi, lo yoga, la palestra, i corsi di canto, di inglese, i telegiornali. A Settembre si ritorna a scuola, ma la grande scuola, quella della Vita a settembre si riposa. Si depone l’aria da paladina dei più bisognosi, da ascoltatrice inesauribile, da mercante di beni e averi per tutti, da Robin Hood che ruba ai cattivi per dare ai buoni. Si spazzola il proprio tappeto volante e ci si accomoda su di esso, a gambe incrociate, con le braccia rilassate e i palmi delle mani poggiati sulle cosce, rivolti verso il cielo, il mento rilassato, il sorriso sul cuore e si mormora a se stessi quei desideri reconditi (San Lorenzo è appena passato, non scordarlo). Si ripercorrono con la mente quegli spazi di sé inesplorati, in disuso, al catasto, si percorre con un sospiro la lista delle cose che si possono fare per se stessi, si allentano le funi e si leva l’ancora alle zattere di soccorso delle pretese di perfezione e onnipotenza. Ci si lascia coccolare come su una  barca, distesi a dondolare tra il cigolio del legno e delle onde, con i pesci che dal fondo “sussurrano lascia andare, sii come sei, impara ad amare, ci sei tu prima di tutti e di tutto e in fondo, anche in fondo al mare quel che conta, l’essenziale, è invisibile agli occhi.”

“Quando sarò capace di amare farò l’amore come mi viene, senza la smania di dimostrare, senza chiedere mai se siamo stati bene. E nel silenzio delle notti, con gli occhi stanchi e l’animo gioiosi percepire che anche il sonno è vita e non riposo. Quando sarò capace di amare mi piacerebbe un amore che non avesse nessun appuntamento con il dovere. Un amore senza sensi di colpa, senza alcun rimorso, egoista e naturale come un fiume che fa il suo corso. Senza cattive o buone azioni, senza altre strane deviazioni, che se anche il fiume le potesse avere andrebbe sempre al mare. Cosi vorrei amare.” Così sussurra al cuore Fabrizio De André. La campanella suona. Il grande Totò ci apre le porte della nostra scuola. E ci parla così alla prima ora di lezione. “Questo cuore analfabeta, tu l’hai portato a scuola, e ha imparato a scrivere, e ha imparato a leggere, soltanto una parola: ‘Amore’ e niente più.”

Sul banco di scuola svolgiamo il tema su volontà, amore, dovere, potere. Se il dovere serve la volontà e la volontà abbraccia l’amore, rimane una domanda. Cosa devo io all’Amore? Possano i pesci sussurrare a voi nel limbo privilegiato dei sogni. Da via del Campo è tutto. A’ho.

 

*Centaury è un piccolo fiore rosa, che si nasconde e mimetizza. Le sue foglie e il suo fusto verde chiaro, gracile ci portano ai suoi petali rosa chiaro con al centro dei filamenti intricati dorati che tendono verso l’alto, verso la libertà.

“Il libero arbitrio è la consapevole comprensione della propria vita. È libero chi comprende di essere vivo. E comprendere di essere vivi vuol dire comprendere la legge della propria vita e cercare di rispettare la legge della propria vita.”

Lev Tolstoj

 

 

 

Autore dell'articolo: Tatiana Vecchiato