King Crimson: le atmosfere barocche del progressive rock alla Cavea dell’Auditorium di Roma

I King Crimson sono tornati per uno show di tre ore che ha ripercorso tutti i periodi della storia della band, inclusi brani come Epitaph, Starless, Red e Larks’ Tongues in Aspic

Robert Fripp, chitarrista e fondatore originale dei King Crimson, non ha mai fatto affidamento su una singola formazione nel corso dei 48 anni di storia di questa iconica band. Per questo è riuscito a fare della diversità una risorsa in grado di alimentare la  sua continua ricerca di un equilibrio tra tradizione e sperimentazione.

La leggendaria band del progressive rock vanta ora otto membri di cui tre batteristi: Pat Mastelotto, Gavin Harrison e Jeremy Stacey. Tutti disposti in front line sul palco dell’Auditorium della Musica di Roma, domenica 22 luglio per il loro Uncertain Times Tour 2018. A completare la formazione, il chitarrista e vocalist Jakko Jakszyk, il bassista e membro di lungo corso Tony Levin, il tastierista Bill Reflin e il sassofonista e flautista Mel Collins, un pilastro dei King Crimson dal 1970-1972.

I King Crimson hanno una reputazione ben guadagnata per sfacciataggine artistica e manifesta teatralità. Fripp e soci sono stati protagonisti di un recital nei loro vestiti della domenica come a voler celebrare il pragmatismo sprezzante della formalità. Questo non vuol dire che un recital King Crimson sia un’esperienza noiosa. Il concerto è stata una dimostrazione di forza tra poliritmia, talento vocale e passaggi profondi. Un viaggio lunatico che ha ripercorso in quasi tre ore tutti i periodi compositivi della band, tra cui un paio di gemme inaspettate ripescate da In The Wake of Poseidon e da Lizard. E poi Epitaph, Starless, Peace: An End e Cadence And Cascade, riportati in vita da un glorioso passato sotto forma di nuove ipnotiche melodie. Fripp, ama ripetere all’inizio di ogni concerto  che questa “formazione a doppio quartetto” farà probabilmente “più baccano di sempre”. Eppure l’uomo di Wimborne Minster sembra fare poco, come solo un burattinaio può fare. La sua creazione è prima una sinfonia molto ritmata e soggetta a ruggiti gutturali, per poi lasciarsi andare a voli di fantasia e a estese avventure.

Insomma nessuno spettacolo di luci hippie-dippy, nessun Peter Gabriel in costume e nessuna distrazione permessa ai musicisti assorti nelle loro performance. Si potrebbe persino etichettare il concerto come un percorso pedagogico. Una formazione eccezionale ancora piena di pretese. Questo è il modo con cui Fripp e la sua corte di musicisti sembrano voler apparire. Mentre i loro contemporanei come Yes, Emerson, Lake e Palmer, Jethro Tull, Genesis e Pink Floyd hanno goduto di maggiori fortune commerciali, i King Crimson rimangono l’unica band a cui non interessa proporre una reunion per celebrare i mitici anni 70 ma “musica fresca” che si rielabora col tempo raccontato.

Gran parte del merito per questa indiscutibile longevità artistica, va a Fripp che continua ad essere la colla che tiene insieme questa gamma di suoni in collisione. Un tiranno della musica come molti lo hanno definito, in grado di imporre ai suoi comprimari la visione del rock come disciplina artistica e morale.

Autore dell'articolo: Monica Straniero