Tito e gli alieni: tra poesia e fantascienza

Girato nel deserto di Tabernas ad Almeria, Paola Randi strizza l’occhio al cinema degli alieni degli anni 80 per raccontare in modo intimo e antiretorico il rapporto con il dolore e la perdita

«Poetico, autentico e nuovo. E’ un film che emoziona con una storia dal messaggio terreno, umano che poteva essere ambientata anche in un borgo delle Marche». Parole di Valerio Mastandrea, protagonista della fiaba fantascientifica «Tito e gli alieni» secondo riuscitissimo lungometraggio, dopo «Into Paradiso», della regista Paola Randi. In sala dal 7 giugno, distribuito da LuckyRed, è passato con successo al 35° Festival di Torino e ha vinto il premio per la regia e migliore attore protagonista al Bif&st 2018.

L’attore romano interpreta un Professore napoletano che vive solo, nel deserto del Nevada, vicino alla famosa zona militare all’Area 51, e campo di sperimentazione per nuove tecnologie aeronautiche e non solo, ad un progetto segreto per il governo degli Stati Uniti. Da quando ha perso l’amata moglie però è fuori dal mondo, non riesce a vivere nel presente. Isolato, confuso e silenzioso, trascorre le sue giornate ad ascoltare con delle cuffie alle orecchie il Suono dallo Spazio, sdraiato su un divano rosso in mezzo al nulla. Il suo unico contatto umano è Stella (l’attrice francese Clemence Poesy), una bizzarra ragazza che organizza matrimoni per i turisti a caccia di alieni e ufo. Tutto procede lentamente fino all’arrivo da Napoli dei suoi nipotini Tito (Luca Esposito) e Anita (Chiara Stella Riccio), affidati a lui dal fratello (Gianfelice Imparato) che sta morendo. I due porteranno uno scossone nella vita dello scienziato, risvegliandolo dal torpore in cui è precipitato.

«Interpreto uno scienziato – continua l’attore – che dorme finché viene svegliato da questi due ragazzini che vengono da Napoli e che gli insegnano a volersi bene e ad essere amato. Quando un film rappresenta molto per chi lo fa è già di per se un film riuscito», e infatti l’idea nasce proprio da un’esperienza personale della regista milanese Paola Randi, appassionata di fantascienza e dell’artista Carlo Rambaldi (il papà di E.T. l’extra-terrestre di Steven Spielberg, ndr), come spiega lei stessa: «Mio padre, nell’ultima parte della sua vita, ha iniziato a perdere la memoria e guardava il ritratto di mia madre morta per conservarne il ricordo. E così ho immaginato un uomo nel deserto con un’antenna, che cercava la voce di sua moglie nell’universo Intorno ci ho costruito la storia di una famiglia sconquassata da una serie di perdite, che cerca di riorientarsi».

Casting misto, italiano e internazionale il film, dalla lavorazione complicata, è stato girato nella ventosa e fredda Almeria in Spagna, accanto alla location dove Sergio Leone girò “C’era una volta il west”, nel Nevada e nell’ex centrale di Montalto di Castro. «E’ stato fatto con coraggio e audacia in soli 5 settimane. La difficoltà nel film è sempre relativa al tempo. E poi c’è stato un po’ di follia nel farlo», sottolinea Mastandrea, felice di interpretare e incontrare questa storia piena di sentimento, nonostante «la fantascienza non è un genere che amo», e la sua diffidenza nei confronti degli extraterrestri. «Gli alieni? Gradirei non avere rapporti finché sono in vita. Non ho questa forma di curiosità. Mi accorgo di definire alieni le persone che non corrispondono a codici comportamentali omologati. Quindi persone molto sincere e leali.  Sono loro i veri marziani sulla terra. Non ci credo a chi dice ‘sono già tra di noi’ o ‘ci osservano’. Sono cose che mi fanno venire ansia». “Tito e gli alieni” è film che vuole dare un profondo messaggio di speranza, perché come ribadisce la regista: «Siamo tutti un po’ alieni per qualcuno».

 

 

 

 

Autore dell'articolo: P. M.