Leto, l’estate russa e ribelle di Kirill Serebrennikov

Il film del regista russo Kirill Serebrennikov  segue l'ascesa della rockstar Victor Tsoi nell'era della stagnazione culturale e politica di Brezhnev

Il regista russo Kirill Serebrennikov porta in concorso  alla 71esima edizione del Festival di Cannes “Leto” (L’estate). Ma nel caso dovesse vincere la Palma d’Oro, il regista non potrà ritirare il premio perché è attualmente agli arresti domiciliari in patria accusato di frode fiscale. E’ la seconda volta che un suo film arriva a Cannes. Nel 2016 “La Parola di Dio” è stato presentato in concorso nella sezione “Un Certain Regard” con la storia di Veniamin, un adolescente che all’improvviso entra in una crisi mistica e comincia ad interpretare alla lettera i dogmi della Bibbia  soprattutto quelli contro le libertà sessuali.  Il film prende di mira il fondamentalismo religioso nella Russia di oggi.

 “Leto” è ambientato a Leningrado (l’odierna San Pietroburgo) nei primi anni ’80. Siamo nell’era della stagnazione politica e culturale di Brezhnev. Di lì a poco l’Urss avrebbe attraversato il biennio più complesso della sua storia, al termine del quale la stessa Unione Sovietica non sarebbe più esistita. Mentre i diktat della propaganda sono ormai soffocanti,  la musica rock inghiotte tutti quei giovani che sognano l’ovest. Fu per questo motivo che il sistema ebbe difficoltà a combattere il movimento clandestino dei concerti. Il punto era che non si trattava di criminali ma di una generazione che si ispirava ai cantanti rock occidentali per sopravvivere ad un regime totalitario che vedeva nella nuova ondata psichedelica, nel glam rock e nel punk, i simboli della cultura capitalista.

Il film  segue l’ascesa di Victor Tsoi, interpretato dall’attore sudcoreano Teo Yooun,  e Mike (Roman Bilyk), due musicisti russi nutriti di punk e rock diventati eroi  per essere riusciti ad incarnare con la loro musica  lo spirito di ribellione dei giovani sovietici. Ma essere una  rockstar ai tempi di Leonid Brezhnev  è una continua lotta. Prima di esibirsi sul palco del “House of Rock” , i testi degli artisti erano passati al vaglio di un  comitato di selezione. Durante i concerti, addetti alla sicurezza tenevano d’occhio il pubblico per assicurarsi che non diventassero  “pazzi” della  musica, alzarsi, viverla e danzarla.

Il film riflette perfettamente la frustrazione dei protagonisti  che anelano alla libertà ma si ritrovano ingabbiati in un sistema che non ha libertà di espressione, incapace di guardarsi allo specchio.  Il risultato è una storia che utilizza principalmente il bianco e nero, e tra loro un’infinità di sfumature di colori, per cristalizzare i sogni di un’intera generazione di musicisti sognatori condannati ad essere vittime della loro epoca.

Romanticismo, con Viktor che flirta con la moglie di Mike, Natasha, ribellione politica, commedia musicale e manifesto politico si fondono così in un’opera vivace che, a poco a poco, rivela la sua ambizione: disegnare un ritratto vivente (non una ricostruzione museale) di un’intera scena underground. E riesce a farlo in un modo sorprendentemente libero e inventivo grazie ad intermezzi allucinatori  dove i protagonisti cantano con la popolazione di Leningrado canzoni come  “Psycho Killer” dei Talking Heads e  “Passenger” di Iggy Pop.

 

 

Autore dell'articolo: Monica Straniero