Il ruolo scomodo del volontariato

L'appuntamento è fissato dall'11 al 13 maggio. Una tre giorni di eventi, 100 relatori e 25 convegni. Ecco “Mettiamoci Scomodi”, l'ottava edizione della rassegna di chi non si rassegna

L’Italia delle comunità chiuse e rancorose ha ancora una speranza: arriva dalle “tribù aperte” quelle che non si uniscono contro nemici comuni, ma per il bene comune. Sono le realtà di volontariato, la spina dorsale dell’Italia. Verranno raccontate al Festival Italiano del Volontariato. L’appuntamento è a Lucca dall’11 al 13 maggio in Piazza Napoleone sotto una tensostruttura allestita per essere il cuore pulsante della città. L’ottava edizione, titolo “Mettiamoci scomodi”, dell’evento diventato ormai un punto di riferimento per il mondo della solidarietà in Italia è stata presentata oggi, giovedì 3 maggio, a Roma a Palazzo Madama, nella Sala Nassirya del Senato nel corso di una conferenza stampa presieduta dal senatore Edoardo Patriarca, presidente del Centro Nazionale per il Volontariato, ente che organizza il Festival insieme alla Fondazione Volontariato e Partecipazione. Il Festival è realizzato con il sostegno, fra gli altri, della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, del Cesvot e di Ubi Bancadivenuta nel 2018 il main sponsor dell’iniziativa.

Il ruolo “scomodo” del volontariato. Scomodo perché opera in prima linea, rispondendo ai bisogni sociali trascurati dallo Stato e dimenticati dalla società. Ma scomodo soprattutto perché va oltre questa dimensione, mettendo a nudo le contraddizioni del nostro tempo e chiamando le istituzioni pubbliche e i cittadini a prendersi nuove e più forti responsabilità.

Per chi decide di dedicarsi al volontariato assume la responsabilità di facilitare la ricostruzione di un senso positivo di cittadinanza, fondato sulla pari dignità di diritti e di doveri, su un’idea ristrutturata e rilanciata di sussidiarietà”. Come Antonia che a 67 anni è una volontaria di Save the Children al Punto Luce nel quartiere Zen di Palermo. L’ultima sfida di Antonia è mettersi in gioco ancora con tutta la volontà di sperimentare forme nuove. Nel 2017 partecipa al Bando MSNA (Minori Stranieri non Accompagnati) e viene selezionata idonea. Inizia così un percorso che la porta a vedersi affidato Sabbir, un ragazzo originario del Bangladesh appena diciottenne. Lui in Bangladesh ha lasciato tutta la famiglia, a Palermo ne ha trovata un’altra. Sabbir e Antonia condividono la vita e un sogno: poter vivere, studiare e lavorare in Italia, vivere una vita normale.

Giuseppe non è nato cieco, ma una retinite pigmentosa congenita ha dato una svolta netta alla sua vita. Lo sport l’ha sempre amato e praticato. Ora però è diventato la sua vita. A cominciare dal nuoto, che gli ha regalato parecchie medaglie durante i campionati paralimpici. Ma pratica anche il judo e l’immersione. Poi c’è la montagna: insieme al Cai toscano, che aveva già collaborato con l’Unione italiana ciechi, ha iniziato a occuparsi di montagnaterapia circa otto anni fa. L’incontro con Aldo del Cai fa esplodere la sua voglia di alpinismo. Oggi fa parte del gruppo “La montagna per tutti” e scala insieme ai ragazzi con disabilità mentale, ma anche ex tossicodipendenti e giovani del Sert.

Alessandro invece viveva a Firenze in un centro di accoglienza seguito dai servizi sociali. Conosce Abitare Solidale, il progetto di housing sociale di Auser. La sua vita cambia quando grazie ad Auser incontra Franca, vedova, avvicinata al progetto Abitare Solidale dal figlio Gabriele. Dall’incontro di due bisogni, quello di Alessandro di avere una casa, quello di Franca di avere compagnia, nasce una felice coabitazione che restituisce una voglia di vivere e di godersi anche i piccoli momenti.

Maddalena ha lasciato l’Albania “per colpa” dell’amore, il fidanzato insisteva affinché andassero a vivere in Italia. Al momento di partire si è ritrovata da sola, per un imprevisto del fidanzato, con la promessa che l’avrebbe raggiunta dopo un paio di giorni. Ad aspettarla all’aeroporto di Milano c’era Boriana, una sua vecchia vicina di casa a Tirana, che conosceva il fidanzato, e le aveva trovato il lavoro che le avrebbe cambiato la vita. Viene buttata su una strada, quella della prostituzione, strappandole la dignità. Ma la sua vita cambia quando incontra le volontarie dell’Associazione Papa Giovanni XXIII che con empatia e un caldo abbraccio le donano una nuova speranza.

Autore dell'articolo: Monica Straniero