I murales per salvare le periferie?

Pur restando ancora un fenomeno di frontiera, la street art è insomma oggi finalmente riconosciuta nel mondo dell’arte, guadagnando il rispetto delle altre forme artistiche tradizionali ed entrando nelle gallerie di tutto il mondo. 
Promuovere l’impegno della comunità, l’inclusione sociale, abbellire dei luoghi, combattere il degrado e provare a recuperare spazi di socializzazione. Una soluzione arriva dalla street art.
Quello che un tempo era associato a un atto di vandalismo, di espropriazione dello spazio pubblico ad opera di imbrattatori di muri metropolitani con scarso senso civico, oggi è considerata una forma di espressione collettiva capace di costruire ponti tra culture, generazioni, linguaggi e religioni diversi.  La forma più comune di street art, i graffiti, è nata come movimento underground a New York nei primi anni 70, dove nel giro di pochissimi mesi si è affermata come strumento di ribellione per esprimere il dissenso sociale. Ora l’arte di strada è sempre più spesso una risorsa alla quale ricorrono associazioni e istituzioni territoriali per rigenerare e quindi riqualificare un’intera porzione urbana disagiata e degradata.
Perché se la periferia si presenta come una spia analitica dello stato di salute di una società, con i murales emergono tutte le contraddizioni e le potenzialità di questo micro-contesto urbano. In questo modo l’opera di strada si fa descrizione di quei luoghi contribuendo a risvegliare nelle coscienze di chi li abita la volontà di reclamare la propria esistenza e i propri diritti. In Italia il  fenomeno della street art è in rapida crescita. In accordo a quanto verificatosi già da tempo nel panorama internazionale, soprattutto nelle città britanniche, americane o tedesche, opere firmate da artisti apprezzati a livello mondiale, come Sten&Lex, Blu, Alice, Diavù, Jef Aérosol, hanno riscritto i muri delle periferie delle maggiori città italiane.
Un esempio positivo di questa tendenza  è rappresentato dal caso di Tor Marancia. Il quartiere romano, conosciuto in passato con il nome di Shanghai, è stato istituito per regio decreto in epoca fascista ed edificata per assorbire gli sfollati dal centro storico dell’Urbe o per confinarvi soggetti non graditi al regime.
 Il processo di riqualificazione urbana dell’ex borgata romana è stata avviata nel 2015 dall’associazione 999 Contemporary in collaborazione con la Fondazione Roma. Insieme hanno promosso il progetto Big City Life con l’obiettivo di dimostrare la forza dell’arte di salvare dal degrado quartieri che l’immaginario collettivo associa a covi di solitudine e paure, povertà e microcrimine. Venti artisti provenienti da dieci paesi diversi lavorando a stretto contatto con i residenti, le scuole e le associazioni di quartiere, hanno dipinto 20 facciate alte 14 metri per un totale di oltre 2.500 metri quadrati di opere. La sincronia tra tutti gli attori che hanno partecipato alla realizzazione dell’opera ha provocato effetti rigeneranti sul quartiere e trasformato un “pezzo di cemento” in un’occasione di incontro tra diversità, conflitti, opportunità e speranze. Su Trip Advisor, il complesso di Tor Marancia ha registrato recensioni che oscillano da “Eccellente“ a “Molto buono“, con un voto finale di 4,5 punti su 5; niente da invidiare ai Musei Capitolini.
 Siamo indomma di fronte ad un nuovo paradigma in cui l’arte di strada esce fuori dagli spazi culturali dove viene conservata per occupare la strada, gli edifici e i muri e diventare il fattore determinante per ricombinare le differenze socioculturali di ampi quartieri caratterizzati da un difficile livello di convivenza tra gruppi sociali tanto eterogenei quanto quelli formati da residenti e stranieri.

Autore dell'articolo: Monica Straniero