A Beautiful Day è un film che non si può fingere di non aver visto

Il nuovo film della scozzese Lynn Ramsay, in sala dal 1 maggio, vede Joaquin Phoenix nel ruolo di un veterano di guerra che diventerà il salvatore di ragazze schiave sessuali

A Beautiful Day – You Were Never Really Here (“Una bella giornata – Non sei mai stato qui”) è un thriller diretto e sceneggiato dalla regista scozzese Lynne Ramsay e basato sull’omonimo romanzo dell’autore americano Jonathan Ames. È stato presentato in una versione non definitiva alla 70° edizione del Festival del Cinema di Cannes lo scorso maggio e si è aggiudicato ben due premi che includono quello per la Migliore sceneggiatura e quello per la Migliore interpretazione maschile. In Italia verrà distribuito da Europictures a partire dal 1 maggio 2018.

Il protagonista del film, Joe (interpretato dal pluri-candidato Oscar Joaquin Phoenix), sembra uscito da uno dei romanzi dello sperimentalismo modernista del primo Novecento britannico: è un ex agente dell’FBI e marine che soffre di disturbo post-traumatico da stress causato soprattutto dagli orrori della guerra e da un’infanzia fatta di abusi e violenze. Il suo passato violento continua a tormentarlo anche nell’età adulta, attraverso continui flashback (che vanno a comporre un intreccio narrativo efficace) e il disturbo ossessivo-compulsivo che porta Joe a ricreare periodicamente delle situazioni al limite che ha vissuto durante l’infanzia, come fossero un macabro rituale di cui proprio non riesce a fare a meno.

Una scena del film “A Beautiful Day”

Joe cerca di redimersi dagli orrori del passato e di guadagnarsi da vivere lavorando come mercenario agli ordini di facoltosi acquirenti. Uno di questi è il senatore Alberto Votto (interpretato da Alex Manette) che si rivolge a Joe per recuperare sua figlia Nina (interpretata da Ekaterina Samsonov) da un traffico sessuale di bambine attivo nella metropoli americana. Contrariamente a quanto si possa pensare, non è questa trama che include delle bambine brutalmente sfruttate ad avere l’impatto maggiore. Anzi, diventa quasi difficile provare empatia quando davanti alla cinepresa è in realtà la violenza a fare da padrona, spesso ad opera dello stesso Joe. Violenza, sangue e splatter accompagnano tutta la narrazione fino al finale del film ed in maniera così vivida e ripetitiva che lo spettatore non può che chiedersi se tutto quel sangue sia effettivamente necessario.

Evidentemente, lo è. A Beautiful Day, infatti, più che per la trama, colpisce per la sua cruda rappresentazione della psicologia di un protagonista controverso che di eroico non ha nulla: incertezza, spalle curve, autolesionismo. Tutto ciò caratterizza il personaggio di Joe. L’approccio della regia è quindi chiaramente intimistico, psicologico, dove i personaggi (in questo caso uno solo in particolare) diventano la trama stessa intorno a cui accade tutto il resto.

Il film si sviluppa quasi del tutto intorno a due soli personaggi e i dialoghi non trovano molto spazio nella sceneggiatura di Lynne Ramsay, per volontà della regista stessa. A “parlare”, infatti, sono piuttosto il suono e la musica di cui si sono occupati Drew Kunin, Paul Davis e Jonny Greenwood. Quest’ultimo scelto dalla regista proprio perché “non compone in modo intellettuale, ma con sentimento” (dall’intervista di Lynne Ramsay per Cineuropa.org).

Dove quindi la caratterizzazione del protagonista (per giunta, così psicologicamente complesso e sfaccettato) non viene resa attraverso la parola, diventa importante e fenomenale la performance di Joaquin Phoenix che, assieme alla regia di Lynne Ramsay, non falliscono nel catapultare lo spettatore su una montagna russa fatta di violenza, imprevisti e riflessioni che lo terranno impegnato anche oltre i 90 minuti del film. A Beautiful Day è uno di quei film introspettivi che non ti lascia in pace neanche una volta uscito dalla sala del cinema e che ti costringe a riflettere su ciò che hai appena visto e su ciò che forse avresti preferito non vedere per la sua brutale ma autentica rappresentazione della condizione umana.

Autore dell'articolo: Floriana Lovino