Sconnessi: il panico di rimanere senza wi-fi

Connessione e alienazione: quando passano vicino ad un tavolo di un pub e di venti persone sedute, molto spesso nessuno parla, ma tutti comunicano, persi nel proprio dispositivo mobile.

Il nostro rapporto talvolta malato con il telefono e con internet è probabilmente una delle maggiori perversioni dei giorni nostri ed è stato oggetto di indagine di diversi registi. Federico Moccia con  Non c’è campo,  Massimiliano Bruno con Beata ignoranza e ora Christian Marazziti con la sua commediola dal titolo Sconnessi. Il punto di partenza è lo stesso: il problema della nomofobia – l’ansia di non poter usare il cellulare.  Ma nonostante gli sfrozi el regista di trovare un equilibrio tra leggerezza e spunti di riflessione,  il film fatica a “lasciare il segno”.

 

Sconnessi, in sala dal 22 febbraio, è quasi tutto ambientato in una lussuosa casa di montagna in Trentino. La concentrazione di tanti personaggi in un unico spazio scenico ricorda per certi versi una pièce teatrale. L’effetto della commedia quindi dipende anche dalla bravura degli attori, che in questo senso non deludono e riescono a farci divertire durante tutto il film: in particolare spiccano Fabrizio Bentivoglio (Ettore), Carolina Crescentini (Margherita) e Antonia Liskova (Olga).

I protagonisti formano una sorta di grande ed improbabile famiglia allargata, ma il legame tra i vari membri è soprattutto formale. Lo sfortunato evento di rimanere “sconnessi” e isolati dal resto del mondo a causa di una tormenta di neve diventa la miccia che fa esplodere tensioni familiari mai risolte. Un espediente narrativo ormai fin troppo abusato dal cinema italiano, ma che continua a rivelarsi essenziale ai fini di una trama che ruota intorno a personaggi costretti a fare i conti non solo con le persone a loro più vicine, scoprendone lati nascosti e oscuri, ma anche con se stessi e con le proprie contraddizioni.

 

Ricky Memphis in una scena del film

Queste dinamiche sono affrontate con leggerezza – anche quando si tratta di temi delicati come quello della malattia mentale – e le risate non mancano. Tuttavia, il regista si mantiene su un livello superficiale che lascia in ombra l’aspetto riflessivo o anche “tragicomico”. In generale si avverte durante tutto il film una sorta di buonismo di fondo, quasi un forzato ottimismo o persino un paternalismo, e la banalizzazione di certe situazioni non permette alla commedia di decollare veramente: gli stessi atteggiamenti esilaranti dei protagonisti divertono, ma finiscono per diventare prevedibili.

Il fatto che oggi siamo tutti più o meno dipendenti dal cellulare e che i rapporti umani rischiano di diventare sempre meno reali, autentici e più “virtuali” è un dato oggettivo e preoccupante. Andiamo al cinema e impostiamo il telefono in modalità silenziosa e la prima cosa che facciamo durante la pausa o alla fine dello spettacolo probabilmente è controllare messaggi e chiamate. Di norma lo facciamo senza pensarci, ma se il film che stiamo guardando è Sconnessi, ci soffermiamo un attimo a riflettere su queste abitudini: da questo punto di vista la commedia di Marazziti ci coglie sul fatto, ma non riesce a scuoterci più profondamente.

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