In principio fu l’inciucio

L'inciucio è forse il sostantivo più utilizzato dalla pubblicistica politica per raccontare, sintetizzandola e svilendola, la storia della politica italiana dalla metà degli anni ’50 ad oggi.
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Ad un livello di dettaglio maggiore, il racconto storiografico dei più duri e puri avrebbe capitoli così titolati: dai dorotei ai penta-leghisti; dai catto-comunisti sempre ai penta-leghisti; da ‘mani pulite’ alle ‘toghe rosse’, dal ‘mi consenta un bunga bunga’ all’oblio del congiuntivo; dall’antimeridionalismo al ‘prima gli italiani’.

Ed è già qui che la buona anima di Antonio Lubrano appare sullo schermo piatto del pc e la domanda nasce spontanea, con retorica malizia: chi sarebbero i più duri e puri?

Non che non se ne abbia notizia. Se si dovesse scrivere un tomo di nostalgica passione, si impiegherebbe una vita nel redigere bellissime pagine di preziose biografie, se non agiografie, dedicate a coloro che si vedono raccontati in pillole virgolettate, rincorrentesi a singhiozzo, in base a decisioni algoritmiche, nella ‘casa’ oggi più azzurra che ci sia in Italia: Facebook.

Quei duri e puri, giusto per sgomberare il campo da malintesi e false speranze, sono tutti morti.

A quest’ora della giornata si potrebbe chiudere la storia con un legittimo ‘se ne vanno sempre i migliori’ e finalmente arrivare a mordere, masticare e digerire il pasto. Si narra, infatti, che grazie all’arte politica del Sr. Di Maio e del Sr. Salvini , alla Camera e al Senato siano stati eletti rispettivamente Roberto Fico del M5S e Maria Elisabetta Alberti Casellati di Forza Italia.

A seconda delle simpatie degli editori,  c’è chi ha registrato un immediato decadimento della durezza e della purezza dei due leader, asservitesi alla logica del sistema; c’è chi ha elogiato la scaltrezza e la dimestichezza con il famigerato sistema e la sua dialettica in democrazia, raggiungendo così un risultato istituzionale necessario, giusto in anticipo sulla domenica delle palme che d’improvviso si fa pure metafora dell’alleanza a tempo penta-leghista, a sfregio sarcastico di chi l’ulivo lo affossò. E le chiamano pure coincidenze.

Siamo a lunedì e dei due neo presidenti sappiamo già tutto. I nostalgici a sinistra della durezza e purezza hanno già sviscerato il necessario su entrambi i neo presidenti, con un discreto accanimento di ritorno riservato alla neo presidente della Camera. Non che siano state dedicate volgarità e spauracchi gonfiabili alla neo presidente; tuttavia quella memoria che restituisce immagini di berlusconismo bieco e cieco, oltre che di presunto nepotismo sembra soffrire di amnesie tali da annichilire la storia del così fan tutti, o quasi.

Transitando dal faceto, al serio, non è superfluo ricordare che Di Maio e Salvini sono leader di due formazioni politiche premiate dai cittadini ed in forza del risultato ottenuto hanno perfettamente interpretato il ruolo che loro spetta. Con un merito, se di inciucio si è trattato, è stato almeno un inciucio veloce e performante. Allora è questa la vera novità: sbrigare le faccende con rapidità? Certo a voler essere pessimisti basta ricordare che  pochi anni or sono un altro uomo, pur non avendone mandato, fece della ‘praticità’ e della ‘rapidità’ i prodromi di una avvincente storia politica in chiodo e favella. Tra i risultati più eclatanti raggiunti dal sereno Renzi, il grande merito di aver affossato definitivamente un progetto politico, e non solo un partito in questa tornata elettorale: il PD.

La variegata formazione di centro-sinistra ha avuto la grande occasione di gestire il potere ed il destino dell’Italia negli anni in cui ai più era già chiaro che ‘la famigerata crisi’ non fu un evento o un’emergenza, ma la vigilia di un’impostazione sistemica globale. La sinistra italiana, come struttura partitica, si è rivelata incapace di restituire dignità alla sinistra, in questo caso intesa come cultura dell’emancipazione e dell’evoluzione di un paese, che mira all’ammodernamento in strutture ed infrastrutture, capace di coinvolgere i cittadini nel processo di responsabilizzazione e di rendere attuale la cultura del cambiamento a partire dai bisogni per portare il paese ad un livello di solidarietà organica stabile. Questo è il senso della sinistra contemporanea di un paese che non ha solo il compito formale di essere la settima potenza economica del mondo, ma ha l’obbligo sacro di parlare ai cittadini mettendoli nella condizione di essere parte di un progetto collettivo che prenda in carico i progetti di ciascuno, ovvero i sogni.

Graffito di Tvboy “Meloni con bambinero nero in braccio”

La territorialità e l’eredità migliore della sinistra insistevano su questa possibilità: mettere insieme dialetticamente sogni e bisogni, ed in questo il PD è mancato, con esso tutte le formazioni che si sono succedute nell’alleanze di centro-sinistra; lasciando che il concetto di comunità e di paese restringesse il proprio orizzonte, sempre di più, fino a diventare per ciascuno il giardino di casa propria nel migliore delle ipotesi, la punta del proprio naso nella peggiore.

È in questa colpevole restrizione degli orizzonti che l’Italia è stata consegnata alla paura e alla disperante insofferenza.  La storia ci ha insegnato che la sinistra d’opposizione dà sempre il meglio di sé. Lo si auspica non per simpatia verso gli attuali interpreti della sinistra, ma per necessità e voglia di riscatto di un pensiero rivolto al presente.

Non resta che aspettare con trepidazione la seconda puntata del romanzo popolare scritto dai novelli padroni della scena politica. All’orizzonte sembrano delinearsi i profili dei neo capigruppo, scelte che comunque dovranno essere fatte tenendo conto di altre cariche da distribuire prima della partita finale, quali i ruoli di vicepresidenza alla Camera e al Senato, di questori e segretari. A coloro che nella sinistra d’opposizione tremano per le forzature imposte dalla litigiosità dello sconfitto si vuole ricordare che i diritti economici, i diritti sociali, diritti umani sono ancora da garantire: educarsi al proprio ideale per poi educare alla solidarietà organica.

 

 

 

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